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Arte

Alberto Burri e l’uso della fiamma nelle sue Combustioni

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nasce una forte crisi nei confronti della fiducia nella centralità dell’essere umano e nella possibilità di una costruzione razionale del mondo. La corrente filosofica che si associa a questo contesto è l’Esistenzialismo, che sviluppa la convinzione del vuoto che caratterizza l’uomo moderno e della sua “solitudine di fronte alla morte”, in un mondo a lui ostile. In un momento storico così complicato, deve essere posta al centro del pensiero l’esistenza, considerata nell’accezione di ex-sistere, essere fuori, nel mondo.

L’Esistenzialismo e la nascita dell’Informale

Nel mondo dell’arte, vengono introdotte nuove modalità di lavoro e le opere sono ora “caratterizzate dal nuovo rapporto che l’artista istituisce con i materiali di cui si serve e del segno o gesto creativo con cui dà vita all’opera”. L’Informale riprende le ideologie e le concezioni dell’Esistenzialismo. L’Informale viene descritto da Michel Tapié (1909-1987), teorico e coniatore del termine Informel, come “un’arte che non si muove contro le nozioni di bellezza, forma, spazio, estetica, ma al di fuori di esse” (Bertelli).

La diffusione dell’Informale in Italia

In Italia è un genere che troverà piena diffusione, basti citare alcuni tra i suoi più importanti esponenti Giuseppe Capogrossi (1900-1972), Ettore Colla (1896-1968), Emilio Vedova (1919-2006) e Alberto Burri (1915-1995). Proprio quest’ultimo negli anni Cinquanta inizia a utilizzare il fuoco per lavorare diversi materiali, prima organici, come ferro, legno e carta: elementi che annunciavano già l’idea di Burri della pittura come entità dotata di una propria vita organica. Al contrario, in seguito, comincerà a usare gli elementi industriali creati recentemente, come il cellophane e la plastica, simboli del consumismo postbellico.

Le Combustioni di Burri

Alberto Burri, Combustione Legno, 1957
Alberto Burri, Combustione Legno, 1957 (Fonte immagine)

“Per molto tempo ho voluto esplorare come il fuoco consuma, per capire la natura della combustione e come tutto vive e muore nella combustione per formare un’unità perfetta”.

La fiamma crea anche forti chiaroscuri, con il nero intenso dove la materia è stata maggiormente bruciata. La fiamma ossidrica dà la possibilità di imprimere buchi, grinze e strappi, proprio come una cicatrice. La materia scompare, ma rinasce nuova, diversa rispetto a come era precedentemente.

Alberto Burri. Grande bianco plastica, 1964
Alberto Burri. Grande bianco plastica, 1964 (Fonte immagine)

“Ecco che ad un tratto non è più plastica, non sono più stracci, ma aria che si è ispessita, trasparenze mattutine che si sdoppiano, guizzi di luce in una cortina di luce”.

Alberto Burri: l’avventura della ricerca

La passione artistica nasce nel momento più difficile della vita di Burri

Del resto, non si può non ricordare che, nel 1943, Burri viene fatto prigioniero in Africa e portato in un campo di concentramento in Texas. Naturalmente, si tratta di un momento che ha condizionato gran parte della sua vita. Nel Compound n. 4, dove è prigioniero, Burri comincia a pensare alla pittura, passione giovanile abbandonata per proseguire gli studi di medicina. Viene così esortato da altri detenuti italiani a perseguire la strada della pittura, una volta concluso il secondo conflitto mondiale.

Tornato in Italia, si trasferisce a Roma. Decide di intraprendere la strada dell’arte astratta e inizia a realizzare i Sacchi, che precedono le Combustioni, ma che ad esse sono collegati. Le sue azioni sulla materia, i tagli e le ricuciture, la fiamma che brucia legno e plastica, sembrano creare ferite, che l’artista ha il dovere di rimarginare, di prendersene cura. Le ferite della guerra che aveva vissuto in prima persona. Le ferite dei soldati, di cui si doveva occupare essendo ufficiale medico. Sono tutti elementi che riversa nella sua arte, che diventa così un racconto della sua vita.

Alberto Burri fotografato da Aurelio Amendola
Alberto Burri fotografato da Aurelio Amendola (Fonte immagine)

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