Judith Butler
Filosofia

“Anche se si è una donna, ciò di sicuro non è tutto ciò che si è”

Judith Butler è una filosofa post-strutturalista statunitense. Si occupa di filosofia politica, etica, teoria letteraria, femminismo e teoria queer. Dal 1993 insegna al dipartimento di retorica e letterature comparate all’Università di Berkeley, dove dirige il programma di teoria critica. Tiene lezioni all’European Graduate School.
Le sue opere più note, Gender Trouble e Bodies That Matter, ridiscutono la nozione di genere e sviluppano la sua teoria della performatività di genere, che oggi ha un ruolo di primo piano nella riflessione femminista e queer.

Sono io quel nome?

Proprio nel primo paragrafo di Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità (Biblioteca Universale Laterza, luglio 2013), Judith Butler interroga le pratiche di rappresentanza e rappresentazione della politica femminista, inserite in una più ampia concezione post-strutturalista del potere, inaugurata da Michel Foucault.

La riflessione butleriana si apre con la constatazione che la teoria femminista abbia sempre presupposto l’esistenza di un soggetto universale, la donna, per l’appunto, categoria fondamentale per la legittimazione di certi obiettivi e interessi. Tale necessità sembra essere nata proprio al fine di aumentare la visibilità politica delle donne e di produrne finalmente una rappresentazione veritiera.

Negli ultimi tempi, però, proprio all’interno degli ambienti femministi si è iniziato a mettere in dubbio il presupposto che la costituzione di un soggetto universale stabile sia effettivamente aprioristico e necessario per un obiettivo di rappresentanza e rappresentazione politica. In altre parole, alcune donne hanno ammesso di non riconoscersi nella categoria di genere assunta dal femminismo.

Infatti, il potere giuridico, così come lo concepiva Michel Foucault, tende a regolamentare la vita degli individui mediante la costruzione di soggetti che in seguito dichiara di proteggere ed emancipare.

Limitazioni, divieti e controllo sono strumenti indispensabili per il suo dispiegamento. Nel caso del femminismo, la donna si è strutturata prettamente come genere opposto e sottomesso rispetto a quello maschile e dominante. Insomma, in questo caso la produzione viene prima della rappresentazione.

Pare, per esprimerci in termini ancora più filosofici, che l’idea di un “soggetto davanti alla legge” costituisca un presupposto meschino per conferire legittimità al potere e alla governabilità degli individui.

La questione delle differenze

Ragionando in termini più pragmatici, c’è anche da dire che effettivamente non tutte le donne si riconoscono come tali. Tanto per cominciare, l’identità di genere (insieme di pratiche e convenzioni che definiscono l’uomo e la donna) è secondaria rispetto al sesso biologico (maschile o femminile). Inoltre, il genere si costituisce diversamente rispetto al contesto storico, alle varietà etniche, sociali, ecc. Per di più, la Butler critica perfino la nozione di un patriarcato universale, inteso come sistema di oppressione egemonico pervasivo che, però, rischia di generalizzare questioni occidentali al mondo intero; o, peggio, di pensare in modo colonialistico le circostanze dell’Oriente o del Terzo Mondo. Il rischio di esclusione, insomma, come anche la presupposizione di un binarismo “maschile/femminile” si rivelano minacce importanti per il raggiungimento degli obiettivi femministi.

Continuità nella discontinuità

Butler consiglia allora di ripensare criticamente le pratiche rappresentative del femminismo mediante la categoria marxiana del presente storico. Univocità, stabilità, coerenza non sembrano caratteristiche veramente funzionali per la declinazione dell’identità femminista; piuttosto, la filosofa suggerisce di assumere la categoria della variabilità nel suo dispiegamento metodico e come nucleo della sua politica identitaria.
In conclusione, un suggerimento a tal proposito non meglio esprimibile che attraverso le parole della stessa Judith:

L’identità del soggetto femminista non dovrebbe costituire il fondamento della politica femminista, se è vero che la formazione del soggetto avviene in un campo di potere che è regolarmente sepolto proprio attraverso l’asserzione di quel fondamento. Forse, paradossalmente, la “rappresentanza/rappresentazione” dimostrerà di avere un senso per il femminismo solo quando il soggetto “donne” non ne costituirà più in alcun modo un presupposto.

(pp. 10-11)

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