Ancilla
Filosofia

Ancilla filosofica: dall’appendice ai Primi Scritti Critici di Hegel

L’ancella accompagna, pende da, dipende. Lo status servile o ancillare assomiglia alla posizione di un’appendice del discorso. Essa occupa infatti un posto di secondo ordine, viene dopo, è una parte facilmente rimovibile dal vero e proprio corpo del testo. È dunque trascurabile, talvolta anche un po’ scomoda, chiarisce un aspetto, lo critica, lo guarda dal di dentro, lo ribalta, aggiunge e toglie, ritorna su un concetto che si pensava chiuso, finito, dato una volta per tutte.

Simile a un’ancella l’appendice accompagna il libro ricordandogli che esso non vive conchiuso in se stesso, che dopo l’ultimo paragrafo si può sempre aggiungere qualcosa, che anche la contraddizione è ammissibile e che forse da solo non si basta. L’appendice in questo senso è un pungolo che risveglia uno scritto dormiente, una battuta inserita anche dopo molti anni, uno sguardo ulteriore, un punto in più. Come un’ancella essa mette in discussione la presunta immagine di compiutezza e compitezza del suo padrone. Tuttavia anche l’appendice è una schiava, tanto utile quanto subordinata sempre a qualcosa, essa non esisterebbe senza il suo più o meno illustre manuale che le fa da padrone. Ma il signore per dirsi tale deve esserlo di qualcuno. Forse il rapporto fra il servo e il suo padrone non è poi così ancillare bensì di necessaria complementarietà perché entrambi sussistano?

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La filosofia è serva o padrona? Il rapporto dialettico tra fede e sapere in Hegel

Qui il richiamo alla dialettica hegeliana servo-padrone sorge spontaneo. Senza soffermarci su questa assai famosa e discussa figura, vorrei però gettare un occhio sul suo autore, sul giovane Hegel, il quale in uno dei suoi Primi Scritti Critici, anteriori alla stesura della Fenomenologia dello Spirito, si dedica al rapporto tra sapere e fede parlandone proprio nei termini di una presunta assoluta autonomia da una parte e di una ancillarità dall’altra. L’antico contrasto tra sapere e fede, tra filosofia e religione positiva è già per Hegel un’antica opposizione ormai superata:

La ragione è un’ancella della fede, così ci si esprimeva in tempi più remoti, ed è contro questa concezione che la filosofia ha definitivamente affermato la propria assoluta autonomia.

Tuttavia proprio il fatto che tale superamento della ragione sia dato per assodato, che la cultura cioè si consideri liberata da questo conflitto passato, essendosi innalzata rispetto alla vecchia dualità fede-sapere, non impedisce a questa antica scissione di vivere latentemente all’interno della filosofia stessa.

Criticando i suoi predecessori in campo filosofico, quali Kant, Jacobi e Fichte, Hegel smaschera la nuova immagine trionfante della filosofia del suo tempo, poiché sembra che la ragione vittoriosa abbia sperimentato in sé un triste destino. La razionalità di cui tanto si vanta la nascente scienza filosofica si libera da un parte della vanità dei miracoli e delle superstizioni, avendo però scarsa capacità di comprendere idealisticamente la religione, dall’altra si riempie di fatti scientifici, di conoscenze tangibili nella sfera dell’intelletto, di sapere positivo ed empirico, facendo dei dati finiti i suoi nuovi idoli. Al contempo ciò che è al di là del pensabile rimane un lato oscuro, dichiarato inconoscibile, sicché questa filosofia, il comune figlio della pace, ha in sé ben poco sia della ragione che dell’autentica fede, non può che far emergere uno spazio di indicibile, mostrandosi essa stessa come una specie di strana fede filosofica.

Ponendo il meglio di sé al di là di sé essa si trasforma nuovamente in un’ancella della fede. La filosofia non riesce né a fare da padrona, né a far nascere ancora qualcosa che comprenda entrambi i poli dialetticamente, non ha potuto far niente di meglio che rivolgere ormai lo sguardo su di sé dopo la battaglia, giungere alla conoscenza di sé e riconoscere così il proprio esser-nulla.

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Una cultura fuori dalla logica ancillare è possibile

Il dibattito ottocentesco sul conflitto tra fede e sapere, tra religione e ragione illuministica, che sembrerebbe ormai obsoleto, non è però del tutto di banale interesse. Ci riporta a ripensare sempre e nuovamente le modalità di rapportarsi, a ridomandarci come ci si muove, se nei termini di reciproca complementarietà o di subordinante ancillarità. All’interno del nostro stesso universo culturale, che tanto si riempie di parole quali interconnessione, integrazione e interrelazione, però ancora tante volte si celano – anche non poco velatamente – molte e varie dinamiche di dominio e di sudditanza fra diversi pensieri, pratiche ed esseri umani che le interpretano e vivono e che tendiamo ancora troppo spesso ad ignorare, alimentandole.
D’altronde il cuore del “problema” è sempre vivo, ha bisogno d’attenzione, è interno e dinamico e, pur mascherandosi sotto diversi aspetti, si scorge in tutte le epoche storiche, come lo stesso Hegel suggerisce in un altro contesto:

vien fuori in un’infinita ricchezza di forme, fenomeni e configurazioni, e circonda il suo nucleo con la scorza variopinta nella quale la coscienza dapprima dimora, che soltanto il concetto trapassa, per trovare il polso interno e pur nelle configurazioni esterne sentirlo ancora battere.

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