attenzione
Neuroscienze,  Psicologia

Attenzione e anarchia: deficit di controllo

La parola anarchia proviene dal greco, precisamente dal verbo archèin (all’infinito) completato dal prefisso privativo an-, che dona alla parola una denotazione negativa, “privativa” appunto. Quindi il significato originario veicolato dal verbo, ossia “comandare, governare, essere a capo, essere cagione, principiare”, viene ad essere negato dal prefisso per indicare una condizione in cui sia assente un principio, una causa o un governo.

Molto spesso avrete sentito il termine “anarchia” associato a un contesto politico o governativo, o in altri contesti dove il vocabolo abbia assunto una connotazione metaforica. Oggi, invece, vorrei accostare questo termine, e più in generale il significato associato di “mancanza di governo, comando o controllo” all’ambito delle neuroscienze cognitive, e precisamente quello della neuropsicologia clinica.

Il costrutto dell’attenzione

La neuropsicologia clinica è la disciplina volta alla descrizione e alla definizione dei disordini conseguenti alla lesione cerebrale, ed alla indicazione dei percorsi diagnostici e dei trattamenti riabilitativi adeguati. In particolare, oggi andremo a parlare del costrutto dell’attenzione. Infatti, il concetto di attenzione rimanda quasi automaticamente a una sorta di controllo sul mondo circostante, dato che essa consiste in un processo cognitivo che ci permette di processare in modo preferenziale alcuni stimoli endogeni (proveniente cioè dal nostro interno) o esogeni (dall’esterno), ignorandone altri.

Invero, è possibile che l’attenzione selezioni tanto input sensoriali esterni a noi quanto pensieri o emozioni interni a noi! E proprio la scelta di quali stimoli portare sotto il focus della nostra attenzione (che viene chiamato anche focus attentivo) rivelerà su quali stimoli noi porremo un certo grado di comando, di controllo, di supervisione.

Top-down e bottom-up

Nonostante la sua definizione sembri lineare, il costrutto dell’attenzione è uno dei più sfuggenti all’interno del panorama neuropsicologico. È il motivo per cui i modelli teorici di riferimento mostrano differenze sostanziali tra di loro. Sembra innanzitutto utile differenziare i processi attenzionali in due tipologie: meccanismi bottom-up e meccanismi top-down.

I primi (detti anche stimulus-driven, ovvero guidati dallo stimolo) riguardano l’attivazione dell’attenzione in base alle caratteristiche proprie dello stimolo (forma, colore, posizione, movimento, novità o salienza per l’individuo). I secondi (detti anche goal-directed, ossia rivolti all’obiettivo), invece, sono quelli in cui la mente esercita un controllo – appunto, letteralmente dall’alto verso il basso – sulla base delle attese e dei compiti specifici connessi con il compito che si sta svolgendo, contribuendo così a creare anche un set motorio e un set percettivo che siano funzionali alla situazione in cui l’individuo si ritrova ad agire.

Quali aspetti tratteremo nel particolare?

La neuropsicologia contempla lo studio e l’analisi dei modelli teorici di riferimento. Cerca di comprendere al meglio il funzionamento di un determinato dominio o processo cognitivo, al fine ultimo di saper indirizzare la persona – che soffra di un determinato disordine conseguente a una lesione cerebrale – verso un trattamento riabilitativo tarato, adeguato e potenzialmente – per quanto possibile – curativo.

Per far ciò, i neuropsicologi clinici devono servirsi necessariamente degli strumenti adeguati a valutare un determinato processo cognitivo. In questo modo possono formulare una corretta e veritiera diagnosi e per poter procedere, in ultima istanza, verso la selezione dei trattamenti riabilitativi. Ciò che approfondirò in questo articolo considererà dunque il costrutto attenzionale e le condizioni di deficit delle sue componenti, riferendomi necessariamente agli aspetti sopra citati. In particolare, parlerò di un modello teorico di riferimento per l’attenzione – il modello di van Zomeren e Brouwer -, di alcuni test usati per la valutazione neuropsicologica dell’attenzione, nonché di un importante trattamento riabilitativo chiamato Attention Process Training (APT).

Il modello di van Zomeren e Brouwer

Tra gli influenti modelli teorici di riferimento per il costrutto dell’attenzione ho scelto questo per via della sua organizzazione gerarchica, che si trova quasi ricalcata in molti testi di valutazione e trattamenti di riabilitazione. L’attenzione viene divisa da questi autori in due componenti principali: l’intensità e la selettività.
L’intensità riguarda, a sua volta, l’allerta e la vigilanza. L’allerta, che viene definita come attivazione basale del soggetto, può essere tonica (ovvero riguardante uno stato di attivazione generalizzato caratterizzato da modificazioni lente e involontarie) o fasica (concernente cioè una facilitazione generalizzata della prestazione in risposta a segnali d’allarme).

La vigilanza, chiamata anche attenzione sostenuta, è definita come la capacità di mantenere volontariamente un adeguato livello di responsività durante compiti monotoni di lunga durata.
Parlando invece di selettività, questa contempla le abilità di attenzione selettiva e attenzione divisa. La prima consiste nella capacità di elaborare in modo specifico stimoli rilevanti, ignorandone altri. L’attenzione divisa, invece, si riferisce alla capacità di mantenere nel focus attentivo lo svolgimento di due o più compiti contemporaneamente.
Entrambi gli aspetti dell’attenzione sono infine supervisionati da un sistema chiamato Supervisory Attentional System.

La valutazione neuropsicologica dell’attenzione

I test utilizzati per la valutazione dell’attenzione assumono forma sulla base di quale componente attenzionale si vuole esplorare. Tuttavia, non è facile determinare con estrema precisione il peso di tali componenti sulle prestazioni dell’individuo, poiché queste ultime possono essere influenzate anche da fattori extra-attenzionali. Compito dei professionisti sarà quello di tentare di esplorare in modo affidabile il quadro generale e gli aspetti particolari.

Se si vuole esplorare l’allerta, ad esempio, si useranno test di valutazione di tempi di reazione semplice per quanto riguarda l’allerta tonica. Mentre per l’allerta fasica si utilizzeranno gli stessi test ma con un segnale di preallarme che preavvisi il paziente della comparsa dello stimolo.

Nel caso dell’attenzione sostenuta (vigilanza), spesso vengono presi in considerazione test di tipo visivo basati su compiti di cancellazione, come il test delle matrici attentive, nel quale bisogna – all’interno di una matrice di numeri – cancellare a matita solo un determinato numero, segnalato dallo sperimentatore.

Nella valutazione dell’attenzione divisa, invece, si propongono due compiti – che necessitano la messa in atto di attività tra loro diverse – da svolgere contemporaneamente. Si parla in questo caso di dual task (compito doppio, appunto). Un esempio, tratto dalla versione di Della Sala del dual task, potrebbe essere costituito dall’apprendimento (e ripetizione) di una lista di cifre svolto assieme a un compito di tracking (unione di punti).

Viene da sé che deficit di determinate componenti attentive – anche se spesso è inadeguato parlare di separazioni nette tra le diverse componenti – andranno a compromettere le specifiche abilità in questione. Ad esempio, un deficit riguardante l’attenzione divisa comprometterà le prestazioni in compiti di attenzione divisa.

Trattamenti riabilitativi per l’attenzione

Tra i trattamenti riabilitativi per un deficit di attenzione, trova il primo posto in termini di efficacia il trattamento denominato Attention Process Training (APT). L’APT, ricalcando anch’esso la gerarchia attenzionale proposta nel modello teorico di van Zomeren e Brouwer, consiste in prove di:

  • attenzione sostenuta (in modalità visiva e in modalità acustica, somministrate separatamente);
  • attenzione selettiva (stesso discorso dell’attenzione sostenuta);
  • attenzione alternata;
  • attenzione divisa.

Le prime due prove riguarderanno compiti simili, differenziati però dal fatto che nell’attenzione sostenuta essi saranno proposti come compito monotono e di lunga durata. Mentre nell’attenzione selettiva alcuni distrattori costituiranno il fondamento di un’attivazione attenzionale di tipo selettivo. La terza prova riguarderà l’attenzione alternata. Essa si definisce come la capacità di ridirezionare l’attenzione da un compito all’altro. Consisterà in compiti, ad esempio, di cancellazione alternata di forme, o di identificazione di numeri pari e dispari o, ancora, in esercizi di tipo Stroop.

Infine, l’abilità dell’attenzione divisa sarà promossa presentando al soggetto contemporaneamente compiti di cancellazione e compiti di identificazione di stimoli acustici (similmente a quanto avveniva per l’attenzione sostenuta, ma stavolta somministrati insieme). In alternativa, un compito di card sorting permetterà all’individuo di ordinare delle carte sulla base di due aspetti contemporaneamente, ovvero il seme della carta e una pre-determinata lettera target contenuta nel nome della carta.

Un commento

  • Marco Siliquini

    Invito chiunque sia interessato ad approfondire gli aspetti sopracitati a chiedermelo tramite un commento. Buona lettura!

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