canzoni lavoratori
Musica,  Sociale

Le canzoni dei lavoratori

In questi giorni, appena finito il festival di Sanremo, l’argomento principale è la musica; non però quella classica, che è per secoli stata appannaggio delle corti e degli ambienti più ricchi e colti, o della Chiesa. La musica di cui si parla è quella di consumo, la diretta erede delle canzoni popolari che erano, come sempre è stato e come sempre sarà, principalmente a tema amoroso.

Musica come espressione dei lavoratori

Tuttavia, accanto a queste canzoni amorose, esisteva nei secoli scorsi in Italia anche un genere di musica che costituisce una testimonianza storica delle condizioni sociali e lavorative dell’epoca. Infatti uomini e donne lavoravano e protestavano accompagnati dalle note tramandate di generazione in generazione. In ognuna di queste a parlare non è il singolo, ma il gruppo sociale, così come a cantarle non è un singolo, ma un coro. Non è un caso che le canzoni siano diverse a seconda delle tipologie di lavoro svolto. Così incontriamo gli scariolanti – lavoratori chiamati per la bonifica della Romagna – col loro:

“A mezzanotte in punto
si sente un gran rumor
sono gli scariolanti lerì lerà, che vengon al lavor.
Volta rivolta e torna a rivoltar
noi siamo gli scariolanti lerì lerà, che vanno a lavorar.

Oppure le filatrici, che vivevano e lavoravano negli stabilimenti di filatura, grandi fabbriche dove venivano impiegate per gran parte donne, adatte per via delle dita sottili e della destrezza nel cucire. Inoltre non dimentichiamo che le donne venivano, in media, pagate la metà di un uomo, quindi erano molto convenienti.

“Povere filandere
co la vi che tien
dormerì ‘n de paja
creperì nel fien”

Le canzoni delle mondine

L’elenco non si ferma qui: le mondine cantavano la famosissima Bella ciao, la stessa che è stata poi riadattata per diventare un simbolo della Resistenza partigiana. Ma il testo della canzone, all’inizio, raccontava la vita delle povere donne sfruttate nelle risaie, tra paludi e zanzare, con il rischio – quasi certo – di contrarre la malaria.

“Alla mattina appena alzate, o bella ciao…
in risaia ci tocca andar.
E tra gli insetti e le zanzare, o bella ciao…
duro lavoro ci tocca far.
Il capo in piedi col suo bastone o bella ciao…
E noi curve a lavorar.”

canzoni mondine
Le spigolatrici Millet, 1857

Di canzoni sulle mondine ce ne sono tante, ma un posto particolare occupa la bellissima canzone di addio di una donna che lascia la risaia.

“Amore mio non piangere se me ne vado via
Io lascio la risaia ritorno a casa mia.
Amore mio non piangere se me ne vo lontano
ti scriverò una lettera per dirti che ti amo.

Vedo laggiù tra gli alberi la bianca mia casetta
vedo laggiù sull’uscio la mamma che mi aspetta.
Mamma papà non piangere se mi son rovinata
È stata la risaia che mi ha consumata.”

Poi abbiamo le canzoni più malinconiche per i morti nelle miniere, quei lavoratori che, in un’epoca in cui non c’era nessuna attenzione per l’assistenza e la tutela del lavoro, erano costretti a spaccarsi la schiena sottoterra, in cunicoli pericolanti.

“Spara prima la mina mezz’ora si guadagna
Me ne infischio del rischio se di sangue poi si bagna.
Tu prepara la bara minatore di solfara.”

Dice il padrone della miniera in una celebre canzone di protesta.

Le canzoni di rivolta

Né è strano, in questo contesto di estrema povertà, che dalla descrizione di condizioni tanto disagiate si passi poi alle note di rivolta. Così il povero cieco che chiede la carità termina la propria canzone dicendo:

“E noi andremo a Roma davanti al Papa, al re,
noi grideremo ai potenti che la miseria c’è.
E per le vie di Roma la bandiera vogliamo alzar,
sventola la bandiera socialismo trionferà.”

Anche i lavoratori che si rivolgono al padrone lo fanno con delle richieste precise. Così il signor padrone dai bei pantaloni bianchi deve sbrigarsi a tirar fuori i soldi.

“Sciur padrun da li beli braghi bianchi
Fora li palanchi, fora li palanchi
Sciur padrun da li beli braghi bianchi
Fora li palanchi ch’anduma a cà.”

tempi moderni
Tempi moderni, Charlie Chaplin 1936

Iniziano gli scioperi operai, ben diversi da quelli dei giorni nostri. Scioperare a fine Ottocento o inizio Novecento poteva voler dire essere licenziati o, nei casi estremi, uccisi dagli industriali o dalla polizia.

“Cara moglie stasera ti prego
Di a nostro figlio di andare a dormire
Perché le cose che io ti ho da dire
Non sono cose che deve sentire.

Proprio stamane là sul lavoro
con il sorriso del caposezione
mi hanno dato la liquidazione
mi han licenziato senza pietà.

E la ragione per cui ho scioperato per
la difesa dei nostri diritti
per la difesa del mio sindacato
per il lavoro e per la libertà”.

Le proteste femminili e la musica

Anche le donne non hanno problemi a farsi sentire – non dimentichiamo che, parallelamente agli scioperi per i diritti sul lavoro, iniziano anche le proteste femministe.

“E noi che siamo donne paura non abbiamo
Abbiamo delle belle e buone lingue
e in lega ci mettiamo.
E lioliolà e la lega vincerà e
noialtri lavoratori, vogliam la libertà”.

Altro esempio è la più recente – e terribile:

“Sapete contessa all’industria di Aldo
han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti,
volevano avere i salari aumentati
gridavano pensi di essere sfruttati.
Poi quando è arrivata la polizia
quei quattro straccioni han gridato più forte,
il sangue ha sporcato i cortili e le porte
chissà quanto tempo ci vorrà per pulire.”

Sono solo canzoni, ma hanno avuto il ruolo fondamentale di raccontare tali esperienze a chi non le ha vissute sulla propria pelle; in più, essendo composte in musica, toccano una corda segreta dentro ognuno di noi e ci rendono più partecipi di mille articoli o saggi.

Infine, in quasi tutte queste canzoni si avverte la speranza che il futuro, grazie all’impegno sociale di protesta operaia, vedrà una maggiore libertà, giustizia, tutela del lavoro e assistenza sociale; tutti diritti che, almeno in parte, l’Italia democratica è davvero riuscita ad affermare lottando. Forse anche cantando.

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