folle psicologia
Filosofia,  Psicologia

“Capaci di intendere e di volere”

Follia, normalità.
Due concetti che, nella storia del pensiero occidentale, sono sempre stati contrapposti e investiti di un valore polarizzato, chiaramente ripartito.
Per quanto banale possa sembrare definire l’una e l’altra, la scommessa è che a lettura terminata le convinzioni radicate nell’opinione comune subiscano almeno una lieve scossa.
Dal momento, però, che tanto la follia quanto la normalità si riferiscono ad una realtà prettamente convenzionale, si è ritenuto più stimolante approfondirne due sottocategorie che sembrerebbero vantare una realtà ontologica più forte: la conoscenza di sé come manifestazione della stabilità psichica, e la confabulazione come sintomo di alcune configurazioni psichiatriche.

Introspezione

A questo punto, una piccola introduzione sulla natura di questi concetti potrebbe essere di aiuto.
A proposito della prima, sembra estremamente utile attingere ad un testo chiaro e preciso, frutto dello studio di Ursula Renz1, che ripercorre i significati dell’introspezione in una prospettiva storico-filosofica a partire dal V secolo a.C. e fino al secolo scorso. Importanti conclusioni tematiche potrebbero essere tratte da questo percorso.

La conoscenza di sé, dunque, si mostra nella società occidentale come un elemento cruciale nella definizione del sé in qualità di “persona”. Sembra impossibile, infatti, essere riconosciuti come soggetti senza detenere un privilegio nell’accesso alla propria interiorità; inoltre, al crescere di questa consapevolezza, sembra incrementarsi anche l’aura di saggezza, che, appunto, si contrappone fortemente al concetto di follia.
Secondo Renz, la conoscenza di sé si dispiega in due forme fondamentali: la prima è la più immediata, semplice e superficiale, che riguarda la capacità di formulare asserzioni sui propri stati mentali; la seconda, invece, ha un carattere più profondo e una valenza etica, dal momento che riguarda l’autorevolezza di cui un soggetto dispone nei confronti di se stesso.

L’esempio socratico è a tal proposito emblematico: Socrate è l’uomo più saggio della Grecia perché sa di non sapere; ma c’è di più, Platone lascia intendere che affermare di sapere qualcosa può condurre l’individuo a credere di saperla davvero: e questa è per l’appunto la confabulazione.
La maggior parte dei pensatori occidentali ha dichiarato possibile il raggiungimento della conoscenza di sé, anche se molti gli hanno poi attributo un carattere velleitario. Al variare della prospettiva filosofica, ovviamente, variano anche i concetti annessi: natura umana, relazioni intersoggettive, metafisica, moralità… Al tempo stesso, però, non mancano riflessioni sulle illusioni della mente umana, sull’autoinganno, su stati mentali alterati; e sorprendentemente, almeno a parere di chi scrive, queste ultime idee sembrano essere legate in modo particolare alla filosofia cristiana. Grazie al contributo di Sigmund Freud e ai suoi studi sull’autoinganno, i filosofi della contemporaneità sono piuttosto avvezzi ad una costante interrogazione delle basi ontologiche dell’introspezione.

Follia e confabulazione

Come accennato in precedenza, agli antipodi della saggezza, della presenza a se stessi, della conoscenza stabile che il soggetto ha di se stesso, vi è la confabulazione.
Psichiatricamente intesa, quest’ultima è

“un sintomo frequente in alcuni disturbi psichici, dovuta alla falsificazione dei ricordi: il paziente riempie i vuoti di memoria con invenzioni fantastiche e mutevoli, o trasforma involontariamente il contenuto della memoria stessa.” 2

Questo accostamento tra lessico scientifico e filosofico è ormai tipico delle ultime tendenze intellettuali, e la comunicazione tra due branche in origine così vicine e col tempo ingiustamente separate sembra produrre risultati importanti.
La confabulazione si manifesta come esito di errori nel processamento dei dati empirici o come impossibilità da parte del soggetto di considerare le informazioni salienti per la risposta ad uno stimolo. Conditio sine qua non, affinché questo sintomo possa essere riconosciuto come tale, è che il paziente non sia cosciente di mentire; che sia, in una parola, un folle. La confabulazione appare nel corredo sintomatico di diversi disturbi psichici, come il delirio di Capgras, la schizofrenia o la somatoparafrenia. Oggigiorno, diversamente che nel passato, la confabulazione non è più definita solo in relazione al paradigma mnemonico, ma anche a carenze in certi processi cognitivi comuni come percezione, identificazione, emozione, intenzione ecc. È parente di sintomi come deliri, mitomania, ma anche dell’autoinganno e della bugia: la scoperta più sorprendente degli ultimi tempi è che la confabulazione può presentarsi anche nell’eloquio di soggetti sani. Sotto il profilo eziologico, infatti, quest’ultima sembra legata anche a fattori motivazionali.

Il contributo essenziale delle scienze cognitive

Le scienze cognitive, come collante disciplinare tra la scienza medica e la filosofia, hanno approfondito il rapporto tra confabulazione ed introspezione mediante una serie di esperimenti guidati da informazioni provenienti dalla psicologia sperimentale dell’inconscio. Diversi soggetti, a cui era stato impedito di accedere alle cause reali del loro comportamento senza che ne fossero coscienti, sono stati di proposito spinti a motivare le proprie scelte, le proprie azioni, i propri giudizi: il risultato è che gli individui hanno prodotto spiegazioni fantastiche, infondate, in certi casi assurde.3

Effetto posizione

Un esempio piuttosto eloquente, a tal proposito, deriva da un esperimento condotto da R. Nisbett e T. Wilson nel 1977, i cui sorprendenti risultati sono stati raggruppati sotto la definizione di effetto posizione.4
In un esperimento da loro stessi allestito in un centro commerciale, a 52 passanti furono mostrati quelli che, a loro insaputa, erano quattro paia di collant identici, collocati l’uno accanto all’altro. Alla richiesta di indicare il collant di migliore qualità, l’80% dei soggetti esibì un chiaro effetto di posizione da sinistra verso destra, ossia manifestò la tendenza, in un rapporto di quasi quattro a uno, a scegliere il collant collocato più a destra come quello di qualità superiore. Quando ai soggetti fu chiesta la ragione della scelta compiuta, nessuno menzionò mai spontaneamente la posizione dell’articolo di abbigliamento nella serie. Quando poi fu chiesto loro, in modo diretto, se ritenevano che la posizione dell’articolo avesse potuto esercitare un qualche effetto, lo negarono praticamente tutti, di norma rivolgendo un’occhiata preoccupata allo sperimentatore, quasi avessero la sensazione di aver frainteso la domanda o di avere a che fare con un tipo un po’ eccentrico. I soggetti offrivano ragioni alternative per giustificare le loro scelte: un tessuto migliore, una stoffa più soffice, un colore più attraente, e così via. Dunque, i soggetti erano del tutto ignari di ciò che aveva causato la loro scelta (una tendenza sistematica a rivolgere l’attenzione al lato destro); s’impegnavano però in un’attività di confabulazione, giustificando le loro scelte con ragioni ricavate da teorie esplicative socialmente condivise oppure da una teorizzazione idiosincratica.5

Follia: al di là degli stereotipi

A questo punto, forse, nella mente di chi legge, potrebbero insidiarsi dubbi importanti e in grado di scuotere convinzioni ancestrali che riguardano l’essere umano. Quando è che siamo davvero coscienti? Esiste davvero l’introspezione? Qual è il limite tra follia e normalità? Del resto, come un paziente schizofrenico confabula senza sapere di farlo, al tempo stesso tutti noi produciamo spiegazioni di comodo riguardo i nostri comportamenti, nella certezza di conoscerci ma forse ingannandoci. La capacità di intendere e di volere, quella che certamente manca ad un folle e condizione imprescindibile del libero arbitrio, sembra a questo punto messa in discussione.
Forse, per non essere divorati dallo scetticismo radicale, potremmo rivisitare l’idea di follia e di normalità. Non più così fortemente contrapposte, sembra che i significati di una possano scivolare nella sostanza dell’altra; che non vi sia una forte differenza ontologica a polarizzarle, ma che si presentino piuttosto come configurazioni diverse di elementi simili, nel complesso e affascinante quadro psichico delle persone.

Note

  1. Renz, U., Self-knowledge: a history, Oxford University Press, New York, 2016.
  2. My Personal Trainer
  3. M.S. Gazzaniga, Cerebral specialization and interhemispheric communication: Does the corpus callosum enable the human condition?, in “Brain”, 123, 2000; 2 R.E. Nisbett and N. Bellows, Verbal reports about causal influences on social judgments: Private access versus public theories, in “Journal of Personality and Social Psychology”, 35, 1977.
  4. R.E. Nisbett e T.D. Wilson, Telling more than we can know: Verbal reports on mental processes, in «Psychological Review», 84, 1977, pp. 231-59.
  5. Marraffa M., Paternoster A., Sentirsi esistere. Inconscio, coscienza e autocoscienza. Editori Laterza, 2013, p. 123-124.

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