ciliegi
Poesia

Ciliegi in poesia, l’incanto degli haiku giapponesi

Tirateci dietro
due ciliegie
e gioia verrà
a primavera.

Ignoto Hajin di Sezze

Fine dell’articolo.

In che senso “è troppo corto”? Questo è un articolo sugli haiku giapponesi. Ho già sforato (e di parecchio) le diciassette sillabe!

«Vabbè zio, anzitutto gli haiku sono di diciassette “more”1; in secondo luogo questo limite non riguarda “gli articoli” sugli haiku. Se poi non ti va di scrivere, dillo. Cambia mestiere.»

Obiezione disarmante in effetti… allora che faccio? Cambio mestiere? Magari al prossimo hanami, non ora.

Cos’è hanami? È quando 126 milioni di giapponesini si prendono una settimana di break per godere appieno della fioritura degli alberi, in particolare dei sakura, cioè gli alberi di ciliegio. In pratica, si tratta del momento in cui questo grande popolo, fin troppo malato di diligenza lavorativa, si concede un breve idillio di rimpatriate, viaggi e pic nic. In realtà, hanami è molto di più di una festa: è un amore millenario, uno stupore senza fine, che si perpetua nella tradizione più candida d’Oriente.

alberi di ciliegi
Un momento di felicità hanami

Traccia tenue e imperitura di questo sentimento floreale si può trovare nel corpus degli haiku tradizionali. Si tratta di un genere (poesia sulla contemplazione della natura) che ha radici profonde nella letteratura nipponica. Per farvela breve, se sei giapponese e non hai mai scritto un haiku sui ciliegi in fiore: «forse vero scrittore, ma non vero poeta2».

Però, sto correndo troppo. Tutti parliamo di haiku come se fossimo a dentro del loro mondo, semplicemente perché ne abbiamo letti una decina. Se invece ci spingiamo poco oltre, magari leggendone un centinaio, allora cominciamo a percepire la verità: non ne sappiamo nulla.

Un tuffo nella cultura dei petali dei ciliegi

Questo genere ha origini tanto lontane quanto incerte. Si trattava probabilmente all’origine di poesia popolare e per secoli fu diffusissima tra tutte le classe sociali, senza essere però riconosciuta dagli ambienti letterari ufficiali. La situazione rimase tale fin quando, nel diciassettesimo secolo, nacque un certo Matsuo Bashô. I signori della poesia giapponese lessero un paio dei suoi haiku e decisero che sì, in fondo questo tipo di componimento non aveva nulla che non andasse. Così i famosi tre versi da cinque, sette e cinque more (e guai a voi se li cambiate) entrarono definitivamente nell’olimpo dell’arte nipponica.

E quando dico “olimpo” non è solo per nostalgia della Grecia. Lo status di poeta in Giappone ha mantenuto a lungo un che di sacro e tutt’ora i poeti giapponesi non ce li immaginiamo certo in coda per il sussidio alla disoccupazione, come accade con gli italiani e gli occidentali in genere.

Mettere in fila ‘ste benedette 17 sillabe era una missione, e per certi versi lo è ancora. Dentro questo microcosmo si deve essere capaci di inserire l’essenza della contemplazione della natura, perché l’haijin (lett. il poeta haiku) non parla mai di sé stesso se non attraverso la meraviglia di un fiore, di un albero, di un laghetto e simili. I primi due versi disegnano il quadro e l’ultimo gli dà il senso, la scintilla di originalità, la risposta alla domanda: ma perché ‘sto tizio mi sta parlando di prugne che crescono al sole? Che ha lui di diverso da dirmi rispetto ai suoi mille predecessori?

Ma, a proposito di frutta matura, adesso basta chiacchiere e assaggiamo un paio di haiku insieme:

“Oh, guarda!”
e null’altro da proferire,
dinanzi ai ciliegi in fiore
del monte Yoshino3.

Yasuhara Teishitsu

Cadono i fiori di ciliegio
sugli specchi d’acqua della risaia:
stelle,
al chiarore di una notte senza luna.

Yosa Buson4

Da una parte vediamo i fiori appena sbocciati, dall’altra i petali ormai in caduta; nel mezzo: la poesia. La mia sensazione è che il frutto dei ciliegi in Giappone non sia tanto quello che mandi giù con tutto l’osso, ma la poesia che da quegli alberi si spigiona. Assomiglia ad un vento che i Giapponesi custodiscono con cura e, seppure esportino mal volentieri le loro varietà di ciliegie, gli haiku ormai non conoscono frontiere: fioriscono in tutte le lingue del mondo.

Note

1. Per chi ne avesse curiosità, la “mora” è un concetto leggermente diverso dalla nostra “sillaba” perché tiene conto della quantità delle vocali (se sono lunghe o brevi), parametro che l’italiano non prende in considerazione.

2. Riadatto così la laconicità di un Vujadin Boškov.

3. Ci sono più ciliegi su questa montagna (patrimonio dell’UNESCO), che persone nel mio paese. Ciliegi di Yoshino = 30.000; Sezzesi di Sezze = 25.000.

4. Il mio preferito: sia poeta che pittore, vissuto nel Settecento. Lui con la poesia non scrive, disegna parole; cosa che mi dà modo di sottolineare un’altra caratteristica degli haiku: il valore della calligrafia e della disposizione dei simboli sulla pagina.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.