c'era una volta in America
Poesia

Il cinema ha sempre creato dei ricordi

Il cinema ha sempre creato dei ricordi

Voi non immaginate da quanto tempo mi gira in testa questa frase, perciò più che tenervi sulle spine ve lo dico: dai tempi del Liceo, quando un beneamato professore (rubato al teatro) ci spiegò la Nouvelle Vague e il cinema francese di Jean-Luc Godard. Ah Jean-Luc, quante volte ho usato la tua citazione come una boutade da salotto…

«Ehilà, mi scusi: ma questa non è una rubrica di poesia? E, in secondo luogo, a noi che caspita ce ne importa dei suoi salotti personali?»

Chiederà un lettore più aggressivo degli altri. Ebbene intanto il cinema – un certo tipo di cinema – è poesia; “in secondo luogo”, questa è una rubrica a statuto speciale; infine, i ricordi non sono forse la cosa più personale che abbiamo, l’essenza stessa del nostro io che si sfilaccia tra ieri e oggi, ribelle alla gabbia del presente?

Se è così, allora come non parlarvene? Una parte di me deve trapelare, con un pizzico di nostalgia ben dissimulata. Io conosco bene la nostalgia, potete credermi, il mio film preferito è: C’era una volta in America1.

Ma non è tutto, vedete: a volte se mi sentite parlare, sembra che io sia stato in Olanda; mentre in realtà non ci sono mai stato e, di questo passo, dubito che ci andrò mai. Ecco, in quei casi mi capita di appropriarmi dei ricordi dei miei cari, di raccontarli come se fossero miei. Il calore che sento, mentre rivivo nel passato quelle persone e quegli attimi, crea in me un sottile legame d’argento o di qualche altra sostanza sbrilluccicosa e viva. Una sensazione che speravo di condividere con voi.

Ora però basta, che già sento serpeggiare tra queste righe una colonna sonora di Ennio Morricone. Non bisogna mai indulgere troppo nei propri ricordi/fantasmi, per quanto confortevoli possano essere. Certo, non bisogna… a meno che non si usi il filtro della poesia, quello specchio d’arte che trasmuta, sublima e purifica qualsiasi veleno, qualsiasi bellezza.

Non appena ho sentito la parola “ricordi” in redazione, mi è tornato in mente Kavafis. Trattasi di poeta greco del Novecento, incastonato per me in una luminosa reminescenza: un sentiero impalpabile che mi riporta su, fino alla mia Itaca, ai giorni in cui era ancora possibile provare a teatro. E non è forse Itaca la patria di tutti i ricordi? La patria di chi non dimentica? Prendete Penelope, che tesse fedele l’attesa del suo sposo; prendete Ulisse, che c’ha messo vent’anni a trovare la via per Itaca, ma alla fine se l’è ricordata!

Itaca-ricordo
Athena rivela Itaca a Ulisse, Giuseppe Bottani (1717-1784), olio su tela, 47×72 cm, Pavia, Musei Civici Del Castello Visconteo, Pinacoteca Malaspina

Questa settimana però non ho in serbo per voi una poesia da marinai. No, oggi voglio lasciarvi una poesia da tenere sulle labbra, da dire sottovoce. Direttamente da Alessandria d’Egitto, la parola a KONSTANTINOS. Vi dimostrerà che la grande poesia greca non è finita nel III secolo a.C.

Torna

Torna spesso e prendimi,
torna e prendimi sensazione amata.
Se la memoria del corpo si desta
e il vecchio spasimo passa nel sangue,
poiché le labbra e la pelle trasalgono,
e ancora le mani sembra che tocchino.

Torna spesso e prendimi la notte,
poiché le labbra e la pelle trasalgono.

Una volta mio fratello mi ha detto che leggere Federico Garcia Lorca è come ricordarsi di un nuovo risveglio2, come se ricordo e rivelazione si mescolassero in un’intuizione unica, trascendente. Chissà che non vi sia capitata la stessa cosa leggendo i pochi (ma buoni) versi di Kavafis. Con quest’ultimo augurio, decisamente ambiziosetto, vi saluto: hasta la proxima!

Note

  1. Apprezzate la mancanza di spoiler e andate a vederlo, poi brindate alla buon’anima di Sergio Leone.
  2. A proposito, leggete i suoi clamorosi Sonetti dell’amore oscuro, leggeteli, amateli, bruciateli in un rogo per la dea Cibele (ma soltanto dopo averli adeguatamente imparati a memoria).

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