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Letteratura

La donna è una rosa: quando nasce la metafora più usata del mondo

Che la rosa sia legata all’amore, lo sanno tutti. Il primo omaggio di un giovane galante alla sua amata è una rosa rossa, a simboleggiare la passione; la rosa bianca è emblema di amore puro; rose adornano le fiabe di tutto il mondo, a cominciare dalla celebre La Bella e la Bestia.

La rosa nell’immaginario collettivo

Ma la rosa è non solo il simbolo dell’amore, ma anche del suo oggetto: la donna. Dalla fanciulla delicata come una rosa al “cogli la rosa” come metafora sessuale, l’immagine della donna come rosa attraversa tutte le epoche e arriva fino ai giorni nostri. La ritroviamo in poesia, nei romanzi, nella vita quotidiana, e persino in celebri canzoni: non è un caso che la sedicente donna che “l’amore lo fa per passione” si chiami, appunto, Bocca di Rosa.

La rosa, quindi non è solo l’immagine della donna angelicata: spesso, si riferisce all’organo genitale femminile che, a quanto pare, non ha mai abbastanza definizioni in nessuna lingua.

L’origine della metafora

Questa metafora, sebbene saltuariamente usata anche in epoche precedenti, ha una data di inizio ufficiale: la stesura del Roman de la Rose, nel XIII secolo d.C.

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Il Roman de la Rose è stato uno dei poemi più famosi e apprezzati per tutto il Medioevo: amato da celebri poeti, come Dante, e tradotto da Chaucer. Oggi è sconosciuto ai più; la forma in cui è scritto – lunga, ridondante e piena di digressioni – non invoglia alla lettura; e per lo più è ignorato anche dagli addetti ai lavori.

Ma che cos’è il Roman de la Rose? Si tratta di un’opera scritta in francese, secondo la tradizione da due autori, anche se della loro identità si è sempre dubitato. Basti pensare che il nome del primo, Guillaume de Lorris, rimanda alla parola guille “inganno” e de lor ris “e allora ridi”. Non proprio l’emblema della credibilità, quindi; essendo anche il nome del protagonista del Roman, la sua esistenza è sempre più dubbia.

Il "Romanzo della Rosa"
Il Roman de la Rose, Guillaume de Lorris e Jean de Meung.

La trama del Roman

Ma veniamo ora alla trama. Il nostro eroe, Guillaume, entra nel giardino di Piacere, un luogo incantevole dove i vari personaggi trascorrono il tempo come potete immaginare in un simile luogo. Specchiandosi in una fontana, Guillaume vede un bocciolo di rosa e, immediatamente, lo desidera: si tratta, naturalmente, di un desiderio del tutto materiale.

Solo che, nell’istante in cui tenta di toccarla, il giovane viene sorpreso dallo Schifo, guardiano del giardino, che lo scaccia con male parole. Inizia quindi una serie di traversie che l’amante, ignorando i consigli di Ragione, intraprende per conquistare il fiore. Alla fine, dopo aver sconfitto lo Schifo, Vergogna, Paura e Castità, Guillaume ottiene la rosa del suo desiderio. A quel punto si sveglia, dato che tutta questa avventura altro non era che un sogno.

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Il possesso della rosa

Ottenere la rosa significa addentrarsi tra i suoi petali, inebriarsi del profumo, della consistenza morbida e pastosa. Insomma, quanto di più carnoso ed esplicito possa venirvi in mente.

Non c’è bisogno, naturalmente, di spiegare l’allegoria. Basta notare che tutti i naturali ostacoli al soddisfacimento del desiderio sono Gelosia, Vergogna, Paura e Castità. Questo fa riflettere sulla modernità dell’opera che, dopotutto, è un incitamento al libero amore. Naturalmente con questo non intendo dire che il Roman de la Rose è un poema femminista, tutt’altro. Prima di tutto la donna è solo l’oggetto del desiderio e non ha mai un ruolo attivo; in secondo luogo, nel testo non sono pochi i consigli su come trattare le donne, e tali consigli raggiungono spesso picchi di sgradevole misoginia.

Tuttavia non possiamo stupirci, né possiamo dimenticare che, negli stessi anni, si diffondeva l’idea della Fin’Amor, ossia la concezione della donna angelicata e sublimata, da ammirare da lontano e da venerare. Quanto di meno carnale potesse essere concepito, perché era un tipo di amore che i cavalieri tributavano alla moglie del loro signore. Talmente casto che poi, nella sua evoluzione dantesca, la donna-angelo diventa il tramite tra l’uomo e Dio.

donna-angelo

Ancora una volta una rosa sconcia

Nel XIII secolo, dunque, la poesia elevata si incentrava su donne-angelo; ma il Roman de la Rose non è stato il solo a parlare di amore carnale, né tantomeno a servirsi della metafora della Rosa. In particolare, cito una famosissima poesia che, forse, ricorderete dagli anni della scuola.

Rosa fresca aulentissima ch’apari inver’ la state,
le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:
tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia.

Insomma, se non vi è balenato nessun ricordo e avete avuto difficoltà ad orientarvi tra queste strane parole di volgare siciliano, sappiate che Rosa fresca aulentissima è un “contrasto”, ossia un dialogo botta e risposta tra poeta e donna; lui vuole arrivare al dunque, lei finge ritrosia. Alla fine le insistenze del poeta hanno la meglio e la fanciulla si concede.

Ecco dunque che, di nuovo, la rosa diventa un simbolo tutt’altro che romantico: è carnale e piuttosto immediato. Le “rose” sono quelle donne che, come la nostra Bocca di Rosa ricordata all’inizio, lasciano spazio al libero amore, in barba alla morale dei tempi.

Non una metafora sublime, quindi, ma piuttosto esplicita: in conclusione, fate attenzione a quello che davvero volete dire, la prossima volta che regalate una rosa a qualcuno!

Rosa Fresca Aulentissima

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