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Fino all’ultimo respiro: cosa non capisco della Nouvelle Vague?

Gli amanti del cinema certamente conoscono il famoso film “Fino all’ultimo respiro”, opera prima di Jean-Luc Godard, considerato il film manifesto della Nouvelle Vague. Eppure devo confessare che io non l’ho mai capito. Non ha avuto su di me lo stesso impatto di altri film che hanno segnato la storia del cinema. Ma perché? Così ho deciso di fare delle ricerche per scrivere questo articolo e capirne il motivo.

Fino all’ultimo respiro come film di rottura con il passato

Sicuramente “Fino all’ultimo respiro” è un film di rottura. Si allontana dai canoni del cinema classico secondo molti aspetti. C’è la destrutturazione delle regole della tradizionale narrazione filmica, l’irruzione della realtà di un mondo in cambiamento, libertà espressiva e innovazioni del linguaggio e delle tecniche. Tutto questo è ottenuto con budget ridotto, in soli 60 giorni e con una sceneggiatura approssimativa e semplice, nata da un soggetto di François Truffaut e ispirata a un reale fatto di cronaca.

Racconta di Michel Poiccard (Jean-Paul Belmondo), piccolo criminale che, dopo aver ucciso un poliziotto, raggiunge Parigi in cerca di denaro e nel tentativo di coinvolgere Patricia Franchini (Jean Seberg), ex-amante di cui è ancora innamorato, nel suo progetto di fuga verso l’Italia. Ma finisce per essere tradito dalla ragazza e consegnato alla morte.

Tuttavia la continuità della visione viene contraddetta dalla frammentarietà del dialogo. Infatti la macchina da presa diventa uno strumento capace di seguire il disordinato fluire del pensiero e dei corpi, arrivando all’essenza dei personaggi.

Inoltre Godard, per tutto il film, sottrae la dimensione drammatica, evidenziando ciò che il cinema aveva sempre trascurato: l’irrilevante. Il regista decide di trasformare l’irrilevante in evento. Per di più rompe spesso la finzione, concetto intrinseco nel cinema, facendo rivolgere i personaggi direttamente alla macchina da presa. In questo modo Godard ricorda allo spettatore di essere al cinema, rompendo il rapporto di identificazione che si ha con il personaggio.

Nouvelle Vague basata sulla contraddizione

Si può dire quindi che “Fino all’ultimo respiro” è un complesso gioco tra l’esigenza estremizzata di una rottura formale, liberandosi del linguaggio filmico classico, e l’amore verso di esso, che si è coscientemente introiettato. Diventa così una nuova modalità espressiva basata sulla frattura, sulla contraddizione, sullo svelamento stesso della finzione.

E io, amante del cinema classico, ammetto di aver avuto difficoltà a mettere in discussione quelle regole, quegli schemi che tanto apprezziamo come spettatori. Eppure cos’è il cinema se non libertà di sperimentare con la creazione di nuove storie sempre più realistiche o sempre più fantasiose? Allora viva la Nouvelle Vague, viva l’innovazione, viva il cinema, in qualsiasi forma si decida di farlo.

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