Tre Grazie
Arte,  Storia

Le Grazie nella scultura Neoclassica di Canova e Thorvaldsen

Alle Grazie immortali

le tre di Citerea figlie gemelle

è sacro il tempio, e son d’Amor sorelle;

nate il dì che a’ mortali

beltà ingegno virtù concesse giovedì Giove,

onde perpetue sempre e sempre nuove

le tre doti celesti

e più lodate e più modeste ognora

le Dee serbino al mondo. Entra ed Adora.

Ugo Foscolo, Carme ad Antonio Canova (1812)

La Primavera del Botticelli recupera il tema delle Grazie

In un articolo recentemente uscito su Idee Folli si è parlato del grande fermento culturale nella Firenze della fine del Quattrocento, nell’epoca in cui Botticelli realizza le sue opere mitologiche. In particolare, ci si è soffermati sulla tavola conservata agli Uffizi con la Primavera, il cui primo personaggio raffigurato è Zefiro, il dio del vento, secondo l’ordine di lettura convenzionale. Proseguendo da destra a sinistra, dopo la figura centrale della Venere, ci sono le tre Grazie, divinità figlie di Zeus ed Eurinome, rappresentanti lo Splendore (Aglaia), la Gioia e la Letizia (Eufrosine) e la Prosperità (Talia).

Tre Grazie
Raffaello, Le tre Grazie (1504), Chantilly, Musée Condé

Le tre Grazie sono un tema estremamente popolare, nella storia dell’arte moderna

Partendo da questi capolavori del Rinascimento, la parola di questa settimana non può non far venire in mente queste divinità così frequentemente rappresentate nell’antichità e poi recuperata nel tardo Quattrocento, per diventare assolutamente di moda con la riscoperta degli Antichi, nel corso del Settecento.

Visitando le collezioni dei musei, non si finirebbe che per imbattersi in decine di dipinti, sculture, disegni, oggetti rappresentanti le Tre Grazie. Ecco perché qui ci soffermeremo su due gruppi scultorei, punti fermi e modelli nella storia dell’arte del Neoclassicismo.

La riscoperta dell’Antico nel Neoclassicismo

Nel Neoclassicismo è caratteristica dominante la riscoperta dell’Antico, che avvenne anche grazie al concetto dell’esemplarità dell’arte greca espresso dallo storico dell’arte settecentesco Johann Joachim Winckelmann. La sua teoria si fonda sull’imitazione degli Antichi, che lo affascinavano soprattutto per i contenuti etici ed estetici che diffondevano, estremamente vicini alla razionalità tipica dell’età dei Lumi.

Ecco il motivo per cui le iconografie classiche sono tra i soggetti preferiti degli artisti. Tra questi, figurano due scultori di non poca rilevanza nella Roma dei primi decenni dell’Ottocento.

Le due magistrali versioni delle Grazie di Canova

Per prima viene l’opera di Canova, affascinato già da decenni dal tema delle Grazie. In realtà, si tratta di due versioni della stessa composizione, le cui minime differenze servono per rendere distinguibili le due esecuzioni: la prima, del 1816, è conservata all’Hermitage di San Pietroburgo, la seconda, del 1817, è al Victoria and Albert Museum. La prima versione fu commissionata nel 1812 da Giuseppina di Beauharnais, la prima moglie di Napoleone, mentre quella conservata a Londra è la versione che John Russell, sesto Duca di Bedford, richiese a Canova, durante la sua visita a Roma, per decorare il Tempio delle Grazie, appositamente realizzato nella Galleria delle Sculture a Woburn Abbey, nel Bedfordshire. Un gesso, modello per la prima versione, si trova in Italia, al Museo Gypsoteca di Canova a Possagno, città natale dello scultore.

Canova è ormai un maestro affermato e famoso, capace di stravolgere qualsiasi tradizione iconografica dei soggetti rappresentati. Questo è ciò che avviene per il gruppo scultoreo: contrariamente a quanto ideato dagli Antichi – e riapplicato dai tanti artisti moderni, come Raffaello – le tre divinità sono rivolte verso lo spettatore, sia per quanto riguarda i corpi che i loro volti. Unite dagli sguardi, di un’intensità disarmante, e da un abbraccio che le incatena una all’altra, sono legate anche da una stoffa, posta a copertura delle loro parti intime.

In piedi vicino ad un altare sacrificale, decorato con ghirlande di fiori, le tre fanciulle sembrano esseri danzanti. I movimenti delicati, i corpi sinuosi e morbidi, le pose delle braccia e delle gambe che si incrociano l’una all’altra creano un dinamismo e un movimento – realizzati anche per mezzo dell’apparente simmetria – che riusciamo a percepirle in movimento.

Tre Grazie
Canova, Le tre Grazie (1813-1816), San Pietroburgo, Hermitage Museum (Fonte immagine)

Un confronto con le Grazie di Thorvaldsen

Questa splendida iconografia fu senza dubbio punto di riferimento per le Grazie di Thorvaldsen, che trovò nella Roma del primo Ottocento il luogo ideale per produrre la sua arte. L’artista danese ripropone la posizione frontale delle tre divinità. Non riesce però ad eguagliare il maestro nella rappresentazione del movimento e del languido contatto visivo, che sembra escludere la fanciulla di sinistra, che guarda le altre senza essere ricambiata. Sebbene anche Thorvaldsen abbandoni la rigida simmetria, appaiono ferme, gli arti non si intrecciano creando quella sensazione di un movimento continuo, come aveva fatto lo scultore di Possagno. Anche la stoffa è abbandonata sul sostegno, che riempie lo spazio creato dalle gambe delle due giovani alla destra dell’osservatore. Dall’altra parte, la stessa funzione è ricoperta dal Cupido seduto a terra, che suona la cetra e le accompagna nella danza.

Tre Grazie
Thorvaldsen, Le tre Grazie (1813-1816), Copenaghen, Thorvaldsens Museum

Gli artisti del Neoclassicismo riprendono alla lettera la versione di Canova

Più giovani e meno sensuali di quelle di Canova, le Grazie di Thorvaldsen e quelle del maestro italiano furono apprezzate dai contemporanei, tanto che ancora per tutto l’Ottocento furono tenute come modello indiscutibile dagli artisti. Per tutti gli anni Venti, scultori come John Gibson e James Pradier, ripresero l’impostazione canoviana e la riproposero nelle loro versioni delle Tre Grazie: il primo colloca Cupido in alto, tenuto sulle spalle dalle due fanciulle sulla sinistra e si fa coinvolgere nella loro danza; al contrario, Pradier sembra rappresentare il momento successivo ai divertimenti delle Grazie, rappresentate in piedi, una accanto all’altra, con gli sguardi non sognanti, ma persi nel vuoto.

Gibson
John Gibson, Le tre Grazie (1820 circa), Liverpool, Walker Art Gallery; (Fonte immagine)
Pradier
James Pradier, Le tre Grazie (1831) Parigi, Louvre (Fonte immagine)

Invece l’italiano Carlo Finelli, protetto dallo stesso Canova e inserito nel suo entourage, ne riprese l’impostazione per le sue Ore danzanti, destinate al conte russo Demidov e attualmente conservate all’Hermitage di San Pietroburgo.

Tre Grazie
Carlo Finelli, Le tre Grazie (Ore danzanti) (1824), San Pietroburgo, Hermitage Museum (Fonte immagine)

Fonti utilizzate:

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.