Poesia

Oasi poetica in sabbia persiana

Versi, deserti e magie di Omar Khayyam

Certe oasi non saranno mai spente dalla sabbia del deserto, così come il tempo non coprirà la bellezza di certe poesie. Quando ascolti la voce di Omar Khayyam attraverso la pagina, sembra di sentire un torrente scorrere tra le dune. La sua sorgente dev’essere là da qualche parte, oltre un orizzonte che appare inspiegabilmente vicino.

Il poeta persiano, vissuto nell’XI secolo, parla di vino, di tempo, di germogli, di donne, di esistenza, di amici. Quasi mai nomina la sabbia, il deserto. Parla anche della morte, è vero, ma resta sempre dalla parte della vita; tratta la fugacità del tempo, ammettiamolo, ma con quartine eterne.

È così, al signor Khayyam bastano quattro versi per squadernarti in faccia l’universo, e mentre lo leggi dimentichi perfino il deserto che lo circonda… che ci circonda. Davvero è strano percepire i granelli che scorrono tra le pagine, ma non vedere mai nero su bianco quella parola: “sabbia”. Come se per il poeta fosse un dato di partenza, una condizione dell’esistenza, ma le sue rime ne restano, per così dire… senza.

«Ok, mi sono divertito abbastenza», direbbe il buon Lino Banfi e noi prendiamo esempio da lui, per tornare seri e meravigliati. Quando ho letto per la prima volta le quartine del poeta persiano, subito mi si è dipinta davanti l’immagine di un Orazio (il poeta romano, quello del carpe diem) un po’ più mistico e portato per la matematica. Forse perché, dal mio punto di vista, in ciò consiste il paradigma dell’intellettuale persiano: non basta che sappia andare a cavallo, tirare con l’arco e dire la verità; deve anche essere bravo a fare i conti e avere un debole per la filosofia.

Ora, sulle prime due doti atletiche (che lo storico greco Erodoto ascriveva ad ogni persiano doc), non mi sento di garantire. Per le restanti tre, invece, giurerei che Omar Khayyam le aveva. Aveva anche, indiscutibilmente, il palato per il buon vino. E proprio nel vino la sua poesia sembra trovare la leggerezza necessaria per parlare d’amore, di tempo e di morte. Sì, oserei dire che il suo lirismo ha in notevole percentuale una chiave etilica.

Ma allora cosa c’entra la sabbia? Come mi è venuto in mente Omar Khayamm, se nei suoi versi c’è così poco spazio per la siccità o per le spiagge? La risposta risiede in quello che ho già detto. Mi meraviglia come questo mondo di sabbia, di solitudine, si intraveda dietro il rigoglio delle sue parole, come un miraggio al di là dell’oasi.

Qualche esperto di storia persiana mi potrebbe dire: eh, eh, eh, ma Omar Khayyam è vissuto a Nishapur, la città più florida di tutta la Persia (e tuttora una delle più sviluppate in Iran). Da lì è facile dimenticarsi del deserto. Vero, Omar Khayyam visse in un’oasi di civiltà non priva di giardini, ma questo non lo distaccò mai del sabbioso mito delle dune, terra di morte e di miracoli, che accomunò il popolo arabo a quello persiano. Quella sabbia immobile o portata dal vento, che può inquietare e immalinconire, resta quindi una metafora che aleggia sulla vita del poeta tra feste e solitudini. La cosa straordinaria ai miei occhi è che essa viene resa totalmente innocua, come per magia.

E vengo allora a confessarvi l’ultima cosa, che davvero potrei risparmiarmi se volessi concludere giudiziosamente questo articolo: al liceo, quando lessi per la prima volta Khayyam, me lo immaginai subito come un mago. Non so perché, la figura storica di questo poeta non ha collegamenti arcani o misterici di sorta: faceva conti, banchetti, poesia, di certo non incantesimi. Salvo l’incanto che vi ho poc’anzi descritto. In fondo, la mia fantasia non ha partorito un’associazione così originale, per scrivere davvero poesie bisogna saper muovere le parole con magia:

O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,
fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,
e su quell’erba fa’ conto d’esser rugiada
gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita.

Quartine, Omar Khayyam

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