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Obbligo in Squid Game e in Hunger Games. I giochi come occasione da preferire o da fuggire

Se vi siete mai dedicati alle icone della cultura pop degli ultimi anni, sicuramente vi sarete imbattuti nella serie di film Hunger Games e nella recente serie tv di Netflix Squid Game. Se parliamo della vasta area delle icone pop, perché nominare proprio queste due opere cinematografiche? Perché dietro a questi capolavori, o semplicemente dietro a queste idee, se vogliamo, si celano dei concetti e costrutti mentali simili, delineati in maniera parzialmente differente, ma che trovano come radice comune il vigoroso tema della scelta o, più in particolare e coerentemente con la parola di questa settimana, il concetto di obbligo.

Ah. Doverosa precisazione: verranno forniti massicci spoiler in quanto riportato di seguito.
Dunque: SPOILER ALTER !

Hunger Games

Partiamo dal principio. Hunger Games: la storia di una rivoluzione che porta dei distretti a guadagnarsi un trattamento egualitario e ad estenderlo a tutta la popolazione di Panem. Capitol City, regione detentrice delle maggiori ricchezze (estrapolate da risorse e manodopera dei distretti stessi) e di evidenti privilegi, presiede una volta l’anno un gioco mortale, chiamato appunto gli Hunger Games, ovvero “i giochi della fame”. Essi sono in superficie (in base a quanto proclamato ogni anno da Capitol City sottoforma di frase ricorrente, quasi ritualistica) un monito, ma ancor più un’occasione per ricordare i giorni in cui Capitol sedò antiche rivolte e cominciò il percorso che l’avrebbe portata sempre di più ad acquisire il suo status quo. Capitol, secondo i suoi principali esponenti, fornisce protezione ai distretti, e i giochi – che ricorrono una volta l’anno – sono un modo per sancire ancora una volta questo rapporto di interdipendenza tra Capitol City e il resto di Panem (costituito da 13 distretti), nel rispetto di chi ha il potere di garantire l’ordine e di fornire una vita adeguata a tutti i suoi cittadini (ovvero, nel rispetto dell’autorità di Capitol City stessa).

Una vera e propria mietitura

La realtà nasconde però un aspetto ben celato da virtuosismi e gonfie espressioni, ovvero il fatto che i giochi sono una punizione per la gente dei distretti, e soprattutto un modo di ricordare chi ha il potere e chi può decidere della vita e della morte di ogni singolo cittadino. Infatti, l’estrazione dei partecipanti degli Hunger Games avviene unilateralmente. Ossia, la platea di potenziali candidati si riunisce di fronte a un palco, su cui dei funzionari di Capitol City estraggono un nome a sorte per i maschi e uno per le femmine. I candidati sono tutte le ragazze e tutti i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 18 anni di quel distretto. Questo significa, fuori dalle righe, mandare al macello, sacrificare la vita di un bambino o adolescente per ricordare quanto i distretti siano sottomessi all’autorità centrale.

Obbligo negli Hunger Games

La situazione di base, almeno per quanto viene presentata inizialmente, è di totale passività di fronte al sistema e alle autorità armate che presiedono l’estrazione dei partecipanti, la cosiddetta “mietitura”: si mietono vittime d’altronde; basta sperare che il proprio nome non venga estratto da quel contenitore.

In questo caso, ha proprio senso parlare di “obbligo”. Il termine “obbligo” implica una situazione in cui la tua libertà di scelta è in qualche modo mutilata. Pensiamo all’obbligo imposto al carcerato: la persona in questione non è libera di uscire dalla cella, essendo vincolata a rimanere dietro le sbarre. Nel caso degli Hunger Games, gli abitanti dei distretti di Panem sono vincolati alla partecipazione ai giochi. Il rifiuto di parteciparedetermina la morte dell’individuo in questione. Dunque, il terrorismo psicologico e una dittatura armata tengono in pugno la situazione e le persone.

Obbligo e libertà

Un tale obbligo comporta però grandi ricompense e privilegi, quantomeno per il vincitore degli Hunger Games, ovvero per colui – da qualsiasi distretto provenga – che riesca a rimanere vivo per ultimo nell’arena. Una vita di sfarzi e ricchezza accoglierà il sopravvissuto, che risiederà nel “Villaggio dei vincitori”, ubicato a un passo dalla miseria caratterizzante la vita dei suoi coabitanti di distretto. In altre parole, una concessa libertà. Libertà di poter godere di privilegi che prima di allora mai erano stati alla sua portata.

Ma questa è vera libertà? Essere privilegiato in un campo di moribondi può essere considerata libertà? Secondo la mia opinione, è solo un’illusione che fa parte dell’obbligo, più grande, architettato dai detentori del potere. Una rivendicazione dei propri diritti di persona, ma in uno schema malsano che tollera la superficiale espressione dei diritti di mangiare, bere e di tutto ciò che riguardi l’individualità del vincitore, tutto ciò che gli permetta di dormire la notte senza farsi troppi problemi su quello che ha vissuto nell’arena. D’altra parte, una falsa libertà tollerata finché non diventi un problema per i piani alti, per il sistema.

La libertà nell’obbligo

I candidati agli Hunger Games, dunque, sono obbligati – potremmo dire- tramite costrizioni esterne a partecipare ai giochi. Addirittura, viene permesso il sacrificio volontario, ovvero la possibilità di proporsi come volontari per i giochi: un altro paradosso del sistema obbligo-libertà, dove anche queste azioni personali vanno ad essere definite parzialmente da uno schema più grande.

E, ripetiamo, il rifiuto di questo sistema significherebbe morte per il rivoltoso. Ma, allo stesso tempo, significherebbe rompere la barriera dell’obbligo sancito – proprio come Kara, in Detroit: Become Human, rompe la barriera imposta dal suo codice, innalzando così la sua attuabile volontà – e fare una scelta contro i propri interessi (incappando nella morte) ma, per sua natura, libera. È su questo che vi vorrei far riflettere: l’obbligo psicologico appare come insormontabile, anche nella vita quotidiana. Ma nel momento in cui si possa concepire una scelta che non assecondi l’obbligo, diventando consapevoli di poterla fare… allora ha ancora così tanto senso parlare di obbligo? Certo, le conseguenze della scelta libera possono essere spiacevoli: è su questo sistema di punizione che si fonda il dominio dell’obbligo. Ma la cosiddetta “conseguenza” non è una sentenza definitiva ed elargita automaticamente; essa non è altro che frutto di scelte di altre persone: queste persone potrebbero scegliere di fare altro, se lo volessero.

Forse, a questo punto, il concetto di obbligo o limitazione o vincolo comincia a creparsi… in fondo, nessuno sta lì a tenerci braccia e gambe ferme e a farle muovere solo come intende lui… Giusto?

Squid Game

Diversa è la situazione nella serie tv Squid Game. Tutto parte da una realtà uguale alla nostra, a differenza dell’ambientazione fantastica di Hunger Games. Nel silenzio, alcuni uomini propongono un semplice gioco ad alcune persone. Vincendo, si prenderanno la libertà di schiaffeggiare l’altra persona. Se perdono, daranno a lei dei soldi. In ogni caso, le lasceranno un biglietto con un numero di telefono sopra.

Nasce tutto così, da un’apparente casualità e dalla scelta, volontaria, di chiamare quel numero e di accettare di partecipare a simili giochi. Certo è che solo una volta rapiti, portati su un’isola deserta, invitati caldamente a firmare un contratto con sole 3 clausole ed iniziato il primo gioco, tutti i partecipanti capiranno con cosa hanno veramente a che fare.

Falso obbligo

Ma non è con questo silente e subdolo vincolo che la storia procede. La terza clausola recita che se la maggioranza dei partecipanti è d’accordo sul terminare i giochi, i giochi termineranno. Ed è quello che logicamente – ma non banalmente – accade dopo “Un, due, tre stella”: la maggioranza decide di finirla.

Ma a tutti verrà ridata la possibilità di tornare a giocare entro pochi giorni. Risultato: il 93% dei giocatori tornerà. Degno di nota è il fatto che l’avvicinamento delle persone scelte per candidarsi come partecipanti era mirato, fin dall’inizio: persone con debiti, che avevano bisogno di soldi, ormai sul lastrico, individui che potenzialmente potevano vedere nei giochi lo scenario meno cupo all’interno della propria esistenza. Uno scenario che li allontanasse dall’“infernodella vita (riprendendo letteralmente le parole di un partecipante) che si erano creati. Con la possibilità, se rimasti vivi per ultimi alla fine dei giochi, di vincere una somma di denaro che avrebbe potuto cancellare ogni problema economico di un’intera città.

Scelta libera e volontaria

Dunque… di cosa parliamo ora? Di un obbligo? Di una scelta libera? Aristotele definirebbe la prima scelta compiuta in vista della partecipazione ai giochi “involontaria”, poiché mancava la conoscenza dei singoli aspetti dell’azione, ad esempio in che cosa consistevano i giochi o – soprattutto – il come avvenivano. Ma la scelta di ritornare a partecipare, dopo qualche giorno, pur sapendo con che cosa si avrebbe avuto a che fare… qua si parla di azione “volontaria”: scelta informata, sorretta dalla conoscenza, non più immersa nel mistero e nell’ignoranza ma illuminata da una potente verità.

L’obbligo a non ritirarsi

La clausola numero due definiva l’eliminazione di chiunque si fosse ritirato dal gioco. E per “eliminazione” si intende proprio quello che pensate. Questa dinamica ci rimanda a quanto detto riguardo alla mietitura di Hunger Games: l’azione libera, agita contro il “regolamento”, porta a delle conseguenze. Ma, come visto, non determina automaticamente un risultato. Il risultato corrisponde alla scelta di agire in un certo modo, operato da altre persone. Dunque, l’azione libera rimane pura e intoccata – intoccabile! – in sé. Aleggia nell’aere, incontaminata ma ovviamente visibile agli altri, che decideranno se e come essere condizionati da essa e agire in base a questa loro interpretazione. Dobbiamo imparare a ragionare criticamente, anche riguardo alle dinamiche che sembrano più automatiche: ho sete, ma posso decidere di non bere; vengo insultato, ma invece che arrabbiarmi mi metto a ridere perché so che l’insulto non può intaccarmi in alcun modo; vengo preso in giro, ma non batto ciglio perché do un’interpretazione a questo evento scevra di potenziale minaccioso. Ad azione non corrisponde reazione: almeno non per l’“atto umano”. Di mezzo c’è la volontà.

“Noi… siamo andati troppo in là per tornare indietro”

La frase cardine dello stato psicologico di Cho Sang-woo, durante l’ultima puntata. Una frase sentita molto spesso dai villains di molti film; una sentenza pregna di significato, annunciata da chi si è ormai perso nel groviglio delle scelte compiute e di cui, forse, ci si pente un po’. Una frase, tuttavia, che ci riporta a quella sensazione di obbligo, di dover continuare in quel modo, perché “ormai è fatta”, ed anche cambiando rotta non si può cancellare il passato. Ciò che sfugge in questo ragionamento è che il continuare a perpetrare azioni di un certo calibro qualitativo non fa che peggiorare la situazione, non fa che rendere la visuale sempre più satura di fumo, continuando a perdere di vista una strada buona.

Conclusioni

Dunque, riprendendo la questione sinteticamente ma genericamente.

Un obbligo nell’obbligo autoimposto: laddove ci si nutra di informazioni di un certo tipo e si dia corda all’illusione del dover procedere in un certo modo (“sono disperato, non c’è altra soluzione [che partecipare ai giochi]”), allora tutta la cornice diventa confusa, e l’illusione di vivere in un obbligo continua, e si alimenta (“il regolamento mi obbliga a fare così: non posso fare altrimenti”).

La libertà nell’obbligo: nell’illusione dell’obbligo, silente rimane la volontà, in attesa di essere riscoperta e valorizzata. A meno che il principio di un’azione non sia esterno all’uomo (dove l’individuo che agisce o subisce, quindi, non contribuisce per niente), è possibile l’azione libera. Quasi sempre dovrà essere supportata da una parentesi che mostri almeno parte della verità sul libero arbitrio umano: la conoscenza, che rischiara, è assenza di ignoranza, e la vera libertà si staglia di fronte alla conoscenza della verità.

E voi che ne pensate? Fatemelo sapere nei commenti.

Sezione testi consigliati

  • Ross, G. (Regista). (2012). Hunger Games. Lions Gate Entertainment, Color Force.
  • Suzanne Collins, Hunger Games
  • Netflix. (2021). Squid Game [serie tv].

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