oblio
Poesia,  Teatro

L’oblio ti è proibito

Spirito numero 1
Che vuoi da noi, mortale?

Manfredi
L’oblio.

Manfred, Lord Byron

Così si apre il dialogo tra Manfredi e gli Spiriti da lui evocati nell’omonimo poema dell’indimenticato Lord Byron: nessuno va per il sottile.

Spirito numero 1
Oblio, di che?

Manfredi
Di ciò che è in me.

Manfred, Lord Byron

Risponde il nostro protagonista, ma non è destinato ad aver soddisfazione.

Spirito numero 1
Possiamo darti solo quanto abbiamo.
Domanda a noi, tuoi sudditi
sovranità, potere sulla terra
tutta o in parte o un segno
a dominare gli elementi
– uno o tutti – di che noi disponiamo.
È tuo.

Manfredi
Oblio, oblio di me. Dai tanti regni
oscuri che mi offrite non potreste
estrarre solamente quanto chiedo?

Spirito numero 1
No. Trascende la nostra abilità…
Ma… Puoi morire…

Manfredi
E la morte potrà darmi l’oblio?

Spirito numero 1
Siamo immortali e non dimentichiamo.
Siamo eterni e il passato è presente
e futuro.

Manfredi
Ma li mortacci vostra! E che v’ho chiamato a fa’?

Manfred, Lord Byron

Ok, ok. Non dice proprio questo. L’ultima battuta è più, tipo: “schiavi, non irridete il mio potere, etc. etc.”

Ma il senso è chiaro: poro Manfredi non può dimenticare, dimenticarsi o essere dimenticato. Se una cosa è chiara nelle leggi dell’universo è che, per lui, l’oblio è proibito. Ma di quale oblio parliamo? Qual è la storia del maledetto protagonista byroniano? Qual è l’oscura tragedia che dilania la trama del Manfred, facendo palpitare ogni cuor che legga o ascolti il drammatico poema?

Manfredi da che era regazzino ha sempre avuto un debole per la scienza, la lettura, la solitudine e l’occulto. Studia e leggi, leggi e impara, daje e daje, diventa mago che neanche se n’accorge. Travalica i confini del sapere umano, si addentra nel soprannaturale, scava negli abissi. Insomma, va tutto da paura ma poi… tac! Conosce una pischella e gli si ribalta il mondo. S’innamorano, un’attrazione selvaggia ma altissima, celestiale e brutale insieme.

Soltanto che lui non è capace con le donne. È successo perché doveva succedere, però poi Manfredi la combina (Byron non ci dà i dettagli), le spezza il cuore e perde la sua amata che, per la cronaca, si chiama Astarte. E allora? Allora piange, si dispera. Perché non è rimasto solo, come prima di conoscerla. È rimasto in compagnia dei suoi tormenti, dei suoi rimorsi, delle Furie di greca memoria. I demoni del rimpianto se lo spolpano come un arrosticino, un giorno alla volta e lui, nel momento in cui Lord Byron ce lo rappresenta, vorrebbe una sola cosa, appunto: l’oblio. “Oblio di me”, implora, “di quel che sono, di quel che ho fatto”. Ma sta bene a implora’ gli spiriti. Nessun dio, nessun demonio può farlo dimenticare, se lui stesso non riesce a perdonarsi.

Non v’è potere nei sant’uomini, né incantesimo nella preghiera, né penitenza purificatrice, sguardo apparente, né agonia né digiuno, né tra le innate torture di quella cupa disperazione che è rimorso senza paura dell’inferno e, sola, basta a fare un inferno del cielo; non v’è nulla che possa esorcizzare il nostro spirito illimitato dai delitti, dai torti e sofferenze e vendette che infligge a sé stesso; non esiste un tormento avvenire pari a quella giustizia che impartisce a sé stesso chi da sé si condanna.

Manfred, Lord Byron

Spero vi siate goduti questo trafiletto dove non c’è un punto fermo neanche a pagarlo. Alla faccia dei criteri di leggibilità. Ma Byron qui non poteva mettercelo, per due motivi fondamentali:

  1. Non scriveva per Ideefolli
  2. Non avrebbe reso il senso di rimpianto dilagante e senza freno che consuma il protagonista fino alla realizzazione e verbalizzazione ultima della verità

Insomma, Manfredi non è destinato a conoscere l’oblio, nemmeno da morto, nemmeno sotto forma di anima ancestrale. Lieto fine, ci vediamo un’altra volta? Mi sa tanto di sì!

Tuttavia, forse, c’è qualcosa che Manfredi desidera più dell’oblio. E qui sta la scintilla che scatta e incastona Byron nel romanticismo e non nel girone dei piagnoni: Manfredi, più della morte, più della pace, desidera parlare ancora una volta con Lei, la sua amata dal nome divino. Dunque, George Byron, ci sfodera per l’occasione il pezzo forte del poema, magnificamente tradotto e interpretato da Carmelo Bene, (un indimenticabile, nel teatro italiano): il fantasma di Astarte appare, Manfredi le parla e dice:

Odimi, odimi — Astarte! Mia amata! parlami: tanto sofferto — e soffro ancora tanto — guardami! La tua fossa non ti ha mutato tanto quanto io sono mutato per te. Troppo m’amasti com’io t’amai: non eravamo fatti per torturarci così, quantunque fosse il più empio de’ peccati amarci come noi ci amammo. Dimmi che non detesti — che io sconto il castigo per entrambi — che tu sarai del numero beato — e io morrò, poichè finora tutto quel che odio, cospira per incatenarmi all’esistenza — a una vita che m’esclude dall’immortalità — dove il futuro è simile al passato. Non ho tregua. Non so cosa chiedere o cercare; sento soltanto quello che tu sei — e io sono; ma prima di morire, vorrei udire ancora una volta quella voce che era la mia musica.

— Parlami! T’ho invocato nelle notti serene, ho spaventato gli uccelli addormentati sui silenziosi rami, per chiamare te… ho risvegliato i lupi montani, ho appreso alle caverne riecheggiare invano il nome tuo adorato, tutto rispose tranne la tua voce. Parlami! Ho errato sulla terra, e non ho mai trovato a te l’uguale. Parlami! T’ho cercato fra le stelle avvenire e ho contemplato il cielo inutilmente senza trovarti mai. Parlami! Guarda i demoni a me attorno — hanno pietà di me; che non temo, e ho pietà per te soltanto.— Parlami! Sdegnata se vuoi , ma parlami Dimmi… non so che cosa, ma fa ch’io ti senta… una volta ancora!

Manfred, Lord Byron

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