rose
Poesia

Perché io non potevo dimenticare le rose

È la prima volta che faccio questa ruffianata: usare un verso della poesia che tratto come titolo. Ma presto o tardi doveva capitare e vi dirò: bene, bene che sia capitato con quel pazzo di Dino Campana. E ora, proseguo con le solite domande retoriche che amo pormi a inizio articolo: pazzo in che senso? Pazzo delle rose? Soprattutto, pazzo o sano di mente, chi è Dino Campana?

Be’, qualche critico a cui sta antipatico direbbe che «Dino Campana era un tramonto, scambiato da alcuni lettori per un’alba. In poche parole il ragazzo prometteva bene, sembrava un rivoluzionario destinato ad aprire nuovi orizzonti e invece… niente, caduto nel dimenticatoio. Perché? Forse perché non era poi così nuovo; anzi, si potrebbe affermare che egli è stato l’ultimo rigurgito di un’epoca, quella romantica, crepuscolare. Certo aveva del talento, ma il talento, si sa, non basta a fare scuola».

Dicevo, queste sarebbero le parole di un detrattore, ma io che scrivo questo articolo la penso diversamente. Penso che i posteri faranno prima a dimenticare le critiche di certi professori, piuttosto che l’astro (nascente o morente) di Dino Campana. Magari non è stato il più grande, magari avrebbe potuto fare di più se, per esempio, non si fosse fatto rinchiudere in manicomio. Tuttavia, le sue rose sono eterne, con buona pace degli studiosi che faticano a collocarlo in qualche schema letterario preciso.

Se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto, e mai nessuno ha amato.

Amore è un faro sempre fisso (sonetto 116)1

Così si esprimerebbe Shakespeare per concludere con umiltà il mio breve sfogo contro la critica letteraria (o contro alcuni suoi rappresentanti).

Passiamo oltre e cominciamo a parlare di rose e, quindi, d’amore. D’altra parte la citazione shakespeariana serviva anche a preparare il quadro a più teneri sentimenti. Dino però, coi sentimenti, ha sempre fatto a cazzotti. Basti pensare alla storia d’amore con la grande scrittrice Sibilla Aleramo2. E con le parole invece, come se la cavava?

Sibilla Aleramo mentre adocchia un poeta

Meglio, molto meglio. Ha composto liriche e prose poetiche uniche, potenti, genuinamente folli. E qui vengo a raccontarvi la caratteristica più straordinaria della sua raccolta: i Canti Orfici3. Egli perse il manoscritto originale, intitolato Il più lungo giorno, dopo averlo consegnato a degli editori che subito se ne dimenticarono. Una bella sfiga, direte, ma anche una bella ingenuità da parte di Campana: hai appena scritto il tuo best book, t’è uscito il librone e che fai? Lo concedi senza precauzione a un paio di bischeri fiorentini?

Dino Campana- poesia sulle rose
Dino Campana e il suo baffo proverbiale

Questo manoscritto è stato ritrovato per fortuna, solo che, piccolo dettaglio, quarant’anni dopo la morte del poeta. Nel frattempo Dinuccio che ha fatto? Ha fatto un bel dentro-fuori per vent’anni da svariati manicomi. Schizofrenico accertato, viveva nell’impulso patologico e fortissimo della fuga verso l’ignoto, lontano dalla Toscana, dagli affetti, dai tormenti e da se stesso. Morì nel 1932, per una ferita infetta che si era procurato… tentando la fuga dal manicomio.

Preso dalle catastrofi però, non vi ho più detto la cosa fondamentale: in che cosa consiste, secondo me, il genio di Campana. Esaminiamo la situazione: quest’uomo non stava bene, ma per niente, svalvolava dai tempi del liceo; dall’università in poi ha passato più tempo in clinica che a piede libero; eppure, in questo tormentatissimo arco di tempo, in cui la lucidità mentale lo assisteva solo a sprazzi, ha composto daccapo la sua opera. Avete capito bene: è riuscito, pur imbottito di psicofarmaci, a ricordarsi a memoria il suo intero libro, l’ultimo prodotto di quel breve periodo di sanità mentale.

Certo alcune liriche sono frammentarie, incompiute, come se la malattia avesse cancellato una parola perfetta e scombinato il verso al poeta. Nonostante questo il libro risorse, come Orfeo dall’Ade, e di quel libro Sibilla Aleramo si innamorò. Forse questo amore è stato solo l’ennesimo male nella vita di entrambi gli scrittori, ma senz’altro ne costituì la più autentica, vivida poesia. Eccovi quindi un bel mazzo di rose… ehm, pardon, di versi. Buona lettura.

In un momento

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P. S. E così dimenticammo le rose4.

Note:

1) Da: Amore è un faro sempre fisso, sonetto 116. Lo trovate facilmente su internet, nonché recitato nel simpatico film di Frédéric Beigbeder: L’amore dura tre anni.

2) Un affascinante epistolario tra i due è stato pubblicato nel 2000 da Feltrinelli, col titolo: Un viaggio chiamato amore. Lettere 1916-1918. Già che ci sono, vi consiglio anche il romanzo simbolo della Aleramo: Una donna.

3) Di cui vi consiglio l’edizione: Canti Orfici e altre poesie, collana tascabili Einaudi, Milano 2014.

4) Ancora una volta finisco per fare pubblicità a Carmelo Bene, dopo il mio articolo sul “sonno amletico“. Era un grande lettore di Campana, un invasato dei Canti Orfici direi… Ascoltatelo!

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