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Poesia

Say Ottocento, say Guido Gozzano

Virginia, ti rammenti
di quella sempiterna primavera?
Rammenti i campi d’indaco e di the,
e le Missioni e il Padre e il Viceré,
quel Tropico rammenti, di maniera,
un poco falso, come piace a me?

Tratto da Paolo e Virginia

Crepuscolare come pochi, anzi, come nessuno: Guido, caro Guido, che sotto lo stesso nome dividi nel mio cuore una nicchia con Cavalcanti. L’Ottocento italiano ha avuto D’Annunzio, Carducci, Pascoli e, per diciassette anni, ha avuto te. Ma ora basta parlarti in seconda persona, altrimenti l’articolo sembrerà un colloquio tra innamorati, mentre a noi, in realtà, piace salvare certe esotiche apparenze.

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La mia idea di “Tropico di maniera”1

Nel signor Gozzano, candido, triste, ironico poeta, l’Ottocento risplende in tutto il suo tramonto; perché diciamolo: l’Ottocento è un secolo cominciato apposta per finire, almeno dalla Rivoluzione industriale in poi. Non voglio addentrarmi in analisi storiche, parlo delle sensazioni che dà a me, dal punto di vista letterario. Vi sono in quest’epoca una nostalgia, una maniera irriducibili e decadenti fin quasi al fastidio. Se poi non siete fissati, come me, con certi arabeschi della parola, togliete pure il “quasi”; e tenetevi il fastidio tutto per voi.

L’Ottocento è fatto di carrozze, fazzoletti e ricami d’altri tempi; vanta una nobiltà di dubbia simpatia, educata al duello, all’orgoglio, alla sconfitta. Nuove invenzioni cambiano il modo di vivere e, mentre una fetta della società insorge e decolla verso il futuro, l’altra è destinata a rimanere indietro. Ecco, non chiedetemi perché, ma quelli che restano indietro, travolti dal progresso, io li amo.

Certo, direte, più che “per destino”, nobiltà e alta borghesia rimasero indietro “per scelta”. Guido Gozzano e compagnia, in sostanza, potevano pure darsela una svegliata e capire che stava arrivando il Novecento. Probabilmente avete ragione, avrebbero potuto. O forse no, perché poter scegliere “in teoria” una strada, non significa avere gli strumenti per percorrerla davvero, gli strumenti umani… come dirà un altro poeta2.

E mentre cala il sipario sulle grandi ipocrisie e le tenui meraviglie del secolo, Guido è lì, a prendersi l’ultimo sole. E gli piace raga’, gli piace’n botto, ve lo dico io. Sta lì l’avvocato, con la sua cultura immensa, con l’animo sensibile, funambolo della parola, con quel filo di tubercolosi che non guasta. Dà spettacolo per trentadue anni e poi muore a Torino, giovane come la sua voce eterna.

Il gusto dell’eredità

Quello che Gozzano ci ha lasciato, dall’Ottocento ad oggi, è difficile da definire; e se alcuni a casa hanno un altarino per lui accanto a Dante, altri non sanno nemmeno chi sia questo coso con due gambe, detto guidogozzano4. Vi dirò di più, forse neanche lui sapeva chi era o chi voleva essere. Tuttavia, con buona pace della sua anima, egli era un Poeta, cristallino al punto da far sembrare spontanei persino i suoi artifici. Scrittori come lui non basta leggerli, bisogna saccheggiarli. Personalmente, tre cose gli ruberei volentieri: la capacità di non prendersi troppo sul serio, di far rimare “Nietzsche” con “camicie”, di amare senza riserve la Signorina Felicita, ovvero la Felicità.

Marc Chagall, La Passeggiata
Marc Chagall, La Passeggiata3, olio su tela, 1918

V.

Ozi beati a mezzo la giornata,
nel parco dei marchesi, ove la traccia
restava appena dell’età passata!
Le Stagioni camuse e senza braccia,
fra mucchi di letame e di vinaccia,
dominavano i porri e l’insalata.

L’insalata, i legumi produttivi
deridevano il busso delle aiole;
volavano le pieridi nel sole
e le cetonie e i bombi fuggitivi…
Io ti parlavo, piano, e tu cucivi
inebriata dalle mie parole.

«Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!
Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,
terminare la vita che m’avanzi
tra questo verde e questo lino bianco!
Se Lei sapesse come sono stanco
delle donne rifatte sui romanzi!

Vennero donne con proteso il cuore:
ognuna dileguò, senza vestigio.
Lei sola, forse, il freddo sognatore
educherebbe al tenero prodigio:
mai non comparve sul mio cielo grigio
quell’aurora che dicono: l’Amore…»

Tu mi fissavi… Nei begli occhi fissi
leggevo uno sgomento indefinito;
le mani ti cercai, sopra il cucito,
e te le strinsi lungamente, e dissi:
«Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?».

«Perché mi fa tali discorsi vani?
Sposare, Lei, me brutta e poveretta!…»
E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani
per celia, come fa la scolaretta.

Ma, nel chinarmi su di te, m’accorsi
che sussultavi come chi singhiozza
veramente, né sa più ricomporsi:
mi parve udire la tua voce mozza
da gli ultimi singulti nella strozza:
«Non mi ten…ga mai più… tali dis…corsi!»

«Piange?» E tentai di sollevarti il viso
inutilmente. Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l’orecchio, il collo snello…
Già tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d’improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.

Donna: mistero senza fine bello!

VI.

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina;
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte…

Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!

Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi… E non mediti Nietzsche…
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda…

Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piace. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.

Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista…

Ed io non voglio più essere io!

Estratti da La Signorina Felicita, ovvero la Felicità

Note

1) Si tratta di Arearea, olio su tela del 1892, uno dei dipinti più famosi di Gauguin. Rende bene il fascino dell’esotico sui viaggiatori di fine Ottocento (ci penso ogni volta che rileggo Paolo e Virginia ndr).

2) Tranquilli, non vi lascio in sospeso: il poeta è Vittorio Sereni, che nella sua raccolta Gli strumenti umani, fa quello che bisognerebbe sempre fare con la poesia civile: renderla lirica d’amore.

3) Sapevate che questo quadro di Chagall è ritenuto da molti un simbolo perfetto della Felicità?

4) A proposito, in copertina ammirate il suo bel profilo.

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