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Antropologia,  Filosofia

Di scelta, di libertà e di altri dilemmi: fra senso e smarrimento

All’indomani del 25 aprile, non si può non riflettere sul concetto di libertà e di scelta. In questi giorni ho pensato molto a cosa scrivere, mi sarebbe piaciuto parlare della resistenza, magari ricostruendo la storia attraverso le canzoni popolari di quegli anni. Ma più pensavo alla parola scelta più mi tornavano in mente alcuni libri che avevo letto tempo fa. Libri? Più che altro pugni allo stomaco: bellissimi, ma pur sempre pugni. Una serie di scritti che ingaggiano una vera e propria lotta libera a suon di senso, nulla, libertà e angoscia. E allora ho voluto in qualche modo raccontarveli.  Se cercate risposte, non continuate a leggere, se vi piace la confusione, mettetevi pure comodi.

La libertà come destino, la scelta come condanna

Quanto siamo liberi? Quanto le nostre scelte sono condizionate? Se avessimo posto questa domanda a Jean Paul Sartre avrebbe risposto che non esistono vincoli alla libertà di un uomo. Nessuno se non quelli posti in essere dall’uomo stesso. L’unico limite alla libertà è la libertà stessa, non è ammessa, in ultima analisi, solo la facoltà di non essere liberi. Il filosofo francese era profondamente convinto che la struttura dell’essere coincidesse con la libertà, e rifiutava energicamente ogni possibilità di influenza o condizionamento

Io sono condannato a esistere per sempre al di là della mia essenza, al di là dei movimenti e dei motivi del mio atto: io sono condannato ad essere libero.

Va da sé che da buon rappresentante dell’esistenzialismo mal sopportava le teorie della psicanalisi freudiana, tese a svelare le componenti istintuali alla base del comportamento umano. A torto o a ragione, per lui l’individuo è un essere a sé, ed è lui a modificare l’ambiente e le circostanze perché è lui a decidere e determinare come reagire a quest’ultimi.

sono io che decido del coefficiente di avversità delle cose e perfino della loro imprevedibilità, decidendo Di me stesso, […] si tratta di una scelta

Scelta di senso o il senso della scelta?

Jeanne Hébuterne con cappello, Amedeo Modigliani, collezione privata 1918
Jeanne Hébuterne con cappello, Amedeo Modigliani, collezione privata 1918

Vi avevo promesso i pugni ed ecco qua il primo. Sartre affermando che la libertà coincide con l’esistere, passa all’individuo, a noi tutti, la patata bollente. L’esistenza si esplica fondamentalmente in una scelta. Una scelta senza vincoli, senza precondizioni, senza dogmi, una decisione i cui limiti sono posti da essa stessa, esattamente come la libertà: scegliere equivale ad essere liberi.

Fin qua tutto bene, se non fosse che non possiamo sottrarci dal prendere posizione. Ma c’è di più. La scelta è un’azione di senso, che non ha senso di per sé. Secondo la visione di Sartre ogni opzione equivale ad un’altra, e assume valore solo davanti allo sguardo e al cuore di chi l’ha scelta.  Nulla è importante di per sé e non vi è alcuna differenza ontologica nel decidere di passare la propria esistenza a bere o governare un popolo. (C’è da dire che visto il panorama politico attuale, il paragone di Sartre perde un po’ della sua voluta paradossalità)  

Se non esiste un valore intrinseco nelle azioni umane, se ogni possibilità equivale ad un’altra e l’esistenza stessa si realizza nello scegliere, su tutti noi pende una spada di Damocle non indifferente. Esistere equivale a indirizzare in un progetto la nostra vita, ma al tempo stesso bisogna sapere che quel progetto ha il valore che noi gli diamo. È sacro e immutabile, fin quando noi lo riteniamo tale. E chi è che non cambia mai idea, o quantomeno che non subisce lo spettro del cambiamento?  

L’angoscia che quando è svelata, manifesta alla nostra coscienza la nostra libertà, testimonia la modificabilità perpetua del nostro progetto iniziale

Insomma bisogna prendere posizione e orientare così la nostra vista, fare insomma una scelta definitiva, pur sapendo che tutto può cambiare.

Cosa scriverai sulla tua lapide?

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Le riflessioni di Sartre, da un certo punto di vista, coincidono con quelle di Irvin D. Yalom.  Yalom è uno psicanalista freudiano del nuovo continente, che lavora soprattutto con malati terminali. Pazienti, dunque, che ogni giorno devono fare i conti con una morte a dir poco ingombrante. (sì lo so: pugni)

Nel suo libro Il senso della vita si può in fondo ritrovare qualche assonanza con il pensiero del filosofo francese. (esistenzialisti e freudiani in armonia, può essere?) Parlando di ciò che dà senso all’esistenza, Yalom, da ateo convinto, ci tiene anche lui a sottolineare che nulla ha senso di per sé, neanche la vita. L’unica modo per sfuggire al nichilismo è quindi inventarsi una vocazione, fare perciò una scelta e poi dimenticarsi di essersela creata.

Siamo creature in ricerca perenne di significati che devono venire a patti con il fatto di essere scagliate in un universo che, intrinsecamente, ne è privo”

Per evitare il nichilismo dovremmo farci carico di un compito duplice: in primo luogo inventarci un progetto che dia significato alla vita, in seguito fare in modo di dimenticare questo atto d’invenzione.

La visione è sicuramente drastica, e tranchant sono evidentemente le conclusioni. La parola però che ritorna è scelta, o per meglio dire progetto. Senza vocazione non si va da nessuna parte, e cercarne una è già un piano.

A tal proposito mi ha sempre colpito una domanda che Yalom ripropone più volte nei suoi libri ai pazienti. Un quesito, anzi due: Tu cosa vorresti scrivere sulla tua lapide? E, se invece morissi oggi, cosa ci scriverebbero? In altre parole, qual è la missione che ti sei inventato e quanto la stai incarnando? A volte mettere le cose in prospettiva, aiuta a chiarire le idee, e quale prospettiva più illuminante di una lapide? Davanti alla morte cadono tutte le scuse, il tempo, i mezzi le convenzioni sociali e le madri ingombranti:

Chi vuoi essere prima di morire?

Signora libertà, signorina anarchia

C’è chi l’ha letto cantando, e chi deve assolutamente recuperare Se ti tagliassero a pezzetti di De André. Scherzi a parte, vi chiederete cosa c’entri ora questo paragrafo, e per essere sinceri un po’ me lo chiedo anch’io. Ma sapevate che ci sarebbe stata tanta confusione. Scelta, senso, nulla, morte ora che c’azzecca l’anarchia? Prometto: l’ultimo volo pindarico…per oggi.  Ma ritorniamo per un momento al nostro Sartre, se ogni scelta è uguale ad un’altra, quale scelta si può definire di senso? Il nostro prossimo. Come si legge in L’esistenzialismo è un umanesimo, la piena responsabilità della propria scelta non esime l’uomo a non riflettere sul fatto che le sue decisioni si riversano inevitabilmente sul mondo. Io sono potenzialmente scevro da ogni influenza esterna, ma proprio la centralità del mio essere mi rende il primo responsabile di chi mi sta intorno. L’uomo, secondo Sartre, tende ad essere Dio, ma non potendolo essere si realizza nei suoi simili: si fa Dio per gli uomini. Stessa espressione che, mutatis mutandis, ritroviamo in un altro grande filosofo del’900: Walter Benjamin. Secondo il dotto tedesco, (anche lui ateo, anche lui in cerca di senso): Ogni uomo dovrebbe essere il messia della propria epoca.

L’uomo dovrebbe cioè farsi divino per l’altro uomo. Nella reciprocità fra individui si trova il senso delle proprie scelte e cadono tutte le istituzioni. In fondo, se tutti indistintamente facessimo agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi, tribunali, forza armata, e lo Stato stesso cadrebbero in disuso. Non per la violenza, non per l’odio o per lotta, ma perché non ne avremmo il bisogno che ne abbiamo oggi. Al di là delle riflessioni politiche di Benjamin, quello che colpisce che tutti e tre i personaggi di oggi hanno trovato il significato della loro esistenza nella persona che gli sta affianco. Chi facendone scopo della morale, chi innalzandolo al rango divino, chi ascoltandolo incessantemente nel proprio studio medico.

Sbagliando si sceglie

In conclusione, che si scelga e che si sbagli (tanto si può cambiare, mica ci possiamo accollà solo l’angoscia, eh) basta che lo si faccia per sé stessi e per gli altri. E voi? qual è il vostro immortale e mutabile progetto? E soprattutto l’avete inventato o scoperto?  

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Un commento

  • Marco Siliquini

    Che bello… In ogni caso si comprende la forza del rapporto con gli altri…
    Fedele lettura del pensiero di Sartre! Al giorno d’oggi, per la struttura e il pane quotidiano della società odierna, si rischia di esaltarne superficialmente il pensiero possibilista e relativo, e di riempirsi la bocca di parole apparentemente belle e facili. Quando invece l’impronta del filosofo francese è il concetto di nulla, del senso o valore che non è intrinseco alle cose che esistono ma è elargito solo dall’uomo, il quale si costruisce una libertà fondata sul nulla perché la sua stessa vita non può avere un senso oggettivo e la sua stessa libertà è stata iniziata senza un motivo. L’uomo si ritrova nel mondo per caso, a condurre il suo scontro di libertà e la sua guerra di significati.. hai ragione che a sentire certe cose ci si sente come colpiti da un pugno nello stomaco che sale dritto fino al cuore

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