maschera
Letteratura,  Psicologia

Un solo atto non basta. La storia di una maschera ben costruita e della crisi che portò il protagonista a considerare la verità

Oggi vi voglio raccontare una storia. Una storia apparentemente incomprensibile, che se letta in profondità può provocare grande sgomento; ma allo stesso tempo una storia che pone in sé le radici della vita e che offre al lettore, che elabori in sé la vicenda, la speranza d’una vita che vale la pena di essere vissuta. Vi commenterò infatti la novella intitolata La carriola, di Luigi Pirandello. E la maschera di cui vi voglio parlare è quella solidamente costruita dal protagonista della vicenda: un uomo che è diventato, nel corso della sua vita, punto di riferimento per tutti coloro che gli sono intorno. Commendatore, avvocato, professore di diritto all’università, autoritario marito e padre di famiglia, cittadino modello; gravato continuamente da doveri pubblici e privati, inflessibilmente obbediente a tutti i suoi obblighi, punto di riferimento per clienti, studenti, colleghi, moglie e figli.

Crisi

Ciò che l’autore della novella ci propone è una crisi nella vita di quest’uomo: dunque, una separazione, un discernimento, che sembra far cascare il mondo addosso al protagonista. Tutto comincia durante un viaggio di lavoro in treno. Nel luogo affollato della sua mente, carica di lavoro e faccende da sbrigare, un’ispirazione diversa coglie d’improvviso la totalità del protagonista: non sa bene cosa sia, ma si rende conto che questo momento particolare gli apre una nuova visione sulla sua vita. Una visione fatta di sensazioni, di emozioni, di un’attività della ragione guidata da qualcosa di profondo e di vero:

Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichìo d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza.

Non è l’unico momento, questo, in cui il commendatore si sente immerso in questa nuova dimensione: poco dopo, sull’uscio di casa, prima di entrare, prova forse una sensazione ancora più forte e determinante.

Vidi a un tratto, come da fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e per non riconoscerla come mia. […] non ero io, non ero stato mai io. […] Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia.

A questo punto è impossibile, per l’avvocato, ignorare ciò a cui è andato incontro.

Osservarsi in terza persona

Il dato è tratto. Il protagonista si è reso conto di non essere, nel suo io più interiore, lo stesso rispetto a quello che si è costruito nella sua vita; rispetto a come gli altri lo vedono, alla forma che gli altri – e lui stesso – gli danno; alla maschera che indossa. Si è reso conto di non essere autenticamente lui. Grazie a una vigorosa esperienza dissociativa di derealizzazione e – soprattutto – di depersonalizzazione, dei pensieri profondi e tutt’a un tratto rivelatori si fanno strada nella sua mente:

Chi vive, quando vive, non si vede: vive… Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina. Perché ogni forma è una morte. Pochissimi lo sanno; i più, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d’aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire. Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi più da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d’esser vivi.

Come procedere?

Da qui, da questo sconvolgimento interiore, parte la reazione deliberata del commendatore: non poter fare a meno di quello che si è costruito. Nonostante non riguardi veramente lui. Nonostante non sia ciò che l’autentico soffio vitale impresso in lui avesse mai avuto voglia di creare. Non tanto per sé, ma per gli altri: non può venir meno alla sua vita obbligata per via delle relazioni che intrattiene con gli altri, per via di quello che tutte quelle relazioni vogliono significare in termini di dinamiche, valori sottesi, e soprattutto conseguenze. D’altronde, afferma l’avvocato:

Ci sono i fatti. Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti; quello che hai fatto resta, come una prigione per te.

La soluzione

Allora, l’individuazione di una soluzione: un piccolo gesto, un atto segreto, ripetuto ogni giorno. Compiuto nel momento opportuno, affinché nessuno si accorga della sua debolezza, e cosicché lui possa assaporarne fino in fondo la voluttuosità di un ricercato momento di follia in mezzo alla sua vita fissata, obbligata, amara. Un istante che possa regalargli una “spaventosa gioia” ed essere in grado di liberarlo e vendicarlo di tutto. Un atto dunque, per lui, di valore inestimabile:

il valore dell’atto ch’io compio può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un tratto s’è rivelata a me.

Questa è la soluzione che quest’uomo ha scelto di perseguire: un semplice atto, per conoscere il quale vi invito a leggere la breve novella, in modo che possiate entrare veramente nella storia.

Perseguire con autenticità

Rendersi conto di non appartenere a sé stessi è un’esperienza di crisi profonda. È qualcosa che può potenzialmente appartenere ad ognuno di noi, e che allo stesso tempo non dovrebbe riguardarci: dipende da come abbiamo condotto la nostra vita. Perseguire uno o più obiettivi, o fini – parlando più in grande –, è qualcosa di connaturato all’essere umano, il quale per natura tende verso, è rivolto a qualcosa che vuole raggiungere. Il problema sorge quando ci si focalizza nel fondare la propria vita sulla ricerca di un fine non buono. Se si cerca di conquistare uno stato, una forma, se si ambisce a diventare un determinato ruolo, una maschera (come nel caso del nostro protagonista), la nostra vita non può che ridursi a quanto quella forma e quella maschera vogliano che noi siamo. Agire così, significa ignorarsi interiormente: significa non vivere con autenticità. Nella società in cui viviamo oggigiorno, non viene dato abbastanza risalto al tema dell’autenticità: nella corsa al risultato e al prodotto, proprio come per il nostro commendatore, obiettivo ideale è quello di diventare un punto di riferimento stabile per gli altri e per sé stessi, attraverso un ruolo, una forma riconosciuta oggettivamente, che possa garantire una sicurezza e una stabilità materiali.

La natura ci ama

Ma la stabilità spirituale? Quella è relegata, allontanata, a volte biasimata, perché non sembra che ci si possa basare su di essa per sopravvivere in questo mondo. Mentre invece è proprio il contrario. Come si può costruire qualcosa nella propria vita, se non partendo da sé stessi? Impossibile. E anche quando ci si impegna ad ignorarsi, per costruirsi un castello di sabbia nella propria vita, la nostra natura e la nostra autenticità ci verranno a bussare: ci daranno un’opportunità. Per quanto possiamo essere immersi nella confusione e nel guazzabuglio della nostra superficialità, ci viene a chiamare, si fa vedere: ci dà la possibilità di vedere. Ecco, semplicemente, cosa è successo al commendatore: la natura, con i suoi metodi, si è affacciata. “Crisi”, dopotutto, che vuol dire “separazione”, implica l’introduzione di una novità. Ogni esperienza da noi provata, ogni sintomatologia subita, è per noi: è per l’uomo.

Percorso

La crisi è portatrice di novità, ma anche di un possibile cambiamento. D’altronde, costituisce una sorta di richiamo: un richiamo alla verità, a ciò che è realmente stabile e su cui ci si dovrebbe edificare. Proprio per questo la valenza di questa fase è incommensurabile. Si può far chiamare “crisi di mezza età”. A volte porta con sé le domande esistenziali. Altre volte si compone di sole impressioni e sensazioni, visioni, forti e determinanti. Accogliere il richiamo significa tornare a far parte della propria natura, in maniera più completa e piena. Questo presuppone che si cominci un percorso, che può essere duro e tortuoso, soprattutto se si viene da una situazione complessa e gravosa come quella del commendatore. Ma la nuova via intravista vale la pena di essere seguita e perseguita. Pian piano, si arriverà a una disposizione stabile dell’animo che è la felicità la quale, come Aristotele ci tramandava, consiste nel realizzare la propria natura.

Un solo atto non basta

Dunque, un solo atto non basta. Un atto che significhi fuga, irrazionalità, compensazione, consolazione: non basta. L’atto scelto dal commendatore è fine a sé stesso, gli permette di continuare la sua vita e di trovare un piccolo escamotage per provare qualcosa di diverso, per salvarsi da qualcosa che ritiene incombere su di lui come un pericolo mortale. Quando, in verità, è unicamente fonte di salvezza. Ma lui non lo vedrà mai, occupato com’è ad essere uno, nessuno, e centomila.

Sezione testo consigliato

Luigi Pirandello, La carriola, in Novelle per un anno

Un commento

  • claudia

    Per molti la ricerca di sé arriva in età adulta, quando il vivere la quotidian fa sentire la necessità di ricercare la “verità” buttando finalmente giù la mascera (se si ha o soprattutto si scopre di averla).
    Chi siamo dunque? Direi che questa sia proprio la ricerca che l’uomo, istintivamente anche, è tenuto a fare. Forze a lui esterne lo portano, prima o poi, a rivolgere lo sguordo dentro di sé. A volte ciò che viene scoperto calando la propria maschera “di vita” , non piace, crea disagio ancora maggiore.
    E’ proprio a questo punto che si dorebbe abbracciare il vero io (sempre che si sia riusciti a identificarlo) ed amarlo.
    Solo così si potrà vivere una realta non pià fatta di facciate, edguata alle varie situazioni, costruendosi solo fragili castelli di sabia pronti a crollare alla’arrivo della prima onda.
    Quanto è affascinante la ricerca di questa verità!
    Non si deve averne paura; si dovrà certo sì accettare… ma anche aiutare il proprio sè, a trovare un equilibrio con l’idea della propria persona, di come ci siamo mostrati agli altri e il coraggio di essere veri, senza maschere!

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