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Poesia

Lo spettro del talento: Gabriele Galloni

Caro Gabriele,

non è facile scriverti, dal momento che non ti conosco; non è facile neppure, dal momento che ti conosco bene. «In che senso?» dirai. O forse no, i morti non amano le domande retoriche. Saprai che il lutto è venuto a farmi visita e, come chiamato dal vento, mi è arrivato il pensiero di te. Mi è arrivato di conseguenza, meno metaforicamente, anche il tuo libro In che luce cadranno2.

Che dirti, se non che l’ho letto in mezz’ora? Con certe sillogi mi capita così. Sono stato rapito dallo spettro del tuo talento, come da un classico. Una parola strana da usare per un ragazzo tanto giovane, morto da così poco tempo per giunta. Avevi appena 25 anni ed eri già poeta, un irriducibile creatore di bellezza tra una spiaggia e l’altra del litorale romano.

Tuttavia, come ho detto all’inizio, non ti conoscevo. Questa è appena la seconda volta che ti scrivo e ci siamo parlati di persona in una sola occasione. Eppure, da quando ho letto In che luce cadranno, da quando una parte di me abita nel mondo dei morti, mi sento di avere con te una confidenza, una vicinanza nuove.

Si tratta, come dirti, di un’amicizia postuma, che ha preso vita dalle pagine del tuo libro bianchissimo, dove ogni lettera pare una cicatrice nera, magica nel rito dell’inchiostro. Hai scritto un libro sui morti e non mi hai annoiato, non mi hai spaventato né disgustato. Mi hai tenuto sulla sottile linea tra orrore e meraviglia, senza farmi cadere mai. Sei stato delicato Gabriele, e di questa delicatezza volevo ringraziarti.

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Il nostro Poeta
I morti cercano di consolarci
ma il loro tentativo è incomprensibile,
sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile
della conversazione. Sanno amarci
con una mano – e l’altra all’Invisibile.

Credevi questo e magari, ora che bevi un caffè corretto con Rimbaud lungo la Senna, sai di aver avuto ragione. Non sono il primo e non sarò l’ultimo a parlare di te, e i tuoi libri sono già così ben recensiti che mi pare inutile qualsiasi mio spunto critico. Per di più odio la critica letteraria, mi pare morta, ma morta male. Amo invece parlare di poesia con le persone, perché mi sembra un’attività che appartiene alla vita.

Ammetto che man mano che ti scrivo, dimentico il motivo per cui ho cominciato a farlo, come se stessi camminando nel Lete, il fiume dell’Oblio3, e vi sprofondassi sempre di più. Inizio ad avere paura di scrivere un articolo.

Ci basterebbe credere ad una riva;
a una luce che vada scomparendo
dietro gli scogli; o che un morto riviva,
che si perda tornando.

Vogliamo crederci insieme Gabriele; io al di qua, tu al di là del fiume? Vogliamo credere che i giovani non siano aridi, sconfitti, finiti e vuoti; che l’inconsistenza non sia propria del sogno in sé, bensì della paura di chi lo partorisce? Facciamo Gabriele, come in un gioco, che io e te ci sosterremo a vicenda e non avremo paura?

Lo so, è una richiesta molto intima; ma tu fa’ conto che non sia personale, fa’ conto che sia da parte di tutti i tuoi lettori, di tutti quelli che ti hanno voluto bene come ragazzo e come poeta. La mia voce alle tue orecchie suonerà meno nota di tante altre, e forse proprio per questo meglio si presta ad una lettera fittizia, pensata per la pubblicazione. Lasciamo perciò da parte il gioco del privato, del “siamo solo io e te poeta”, ridiamoci sopra piuttosto e concediamoci un’ultima poesia, del tutto diversa dalle precedenti. D’altra parte uno “spettro” non è solo un fantasma, è anche una gamma, uno spazio aperto alle possibilità. In te, Gabriele, questo spettro era sconfinato, tanto aperto al dialogo tra vivi e morti, quanto a fototessere di eterna giovinezza, come in quel libricino chiamato L’estate del mondo5:

I ragazzi alla spiaggia di Focene
I ragazzi alla spiaggia di Focene
insieme incontro all’onda sonnolenta
che ritornando bagna loro il fianco
adolescente. È questa vita, lenta,
la sua illusione qui della durata
eterna. Quando ciò che resta è il bianco
della parete a fine di giornata,
il mese placido, tempo che viene,
i ragazzi alla spiaggia di Focene.

Note:

1) Morto a 25 anni nel 2020 fu tanto caro alle Muse quanto ad amici e familiari. Ha cinque pubblicazioni all’attivo, di cui quattro poetiche: Slittamenti, In che luce cadranno, Creatura breve, L’estate del mondo. È stato pubblicato da importanti riviste letterarie sia in Italia che all’estero, tradotto in spagnolo e in russo. Gli è stata recentemente intitolata la Sezione Giovani (under 35) del premio letterario “Antica Pyrgos”.

2) Una silloge intima, tenue e dissacrante insieme, che attraverso lo spettro di morti immaginati parla, in realtà, della vita.

3) Tra le sue acque, secondo il mito greco, le anime dei morti si bagnano per dimenticare la propria vita prima della prossima reincarnazione.

5) L’ultima raccolta poetica pubblicata da Gabriele, un sogno a occhi aperti con cui ripercorrere le estati di Roma alla periferia del mare.

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