Robot - fantascientifico
Fantascienza,  Psicologia,  Racconti

Techne pro robotica (un racconto psicofantascientifico)

Mentre Suzy viveva le sue automatiche disavventure, nel seminterrato di un edificio poco distante si stava svolgendo una “superflua correzione tecnica”, come era stata denominata dal committente.

“La società sta andando alla deriva” annunciavano le prime battute di un articolo in prima pagina del Modern State of RoboʭMind. “La società sta andando alla deriva, e la causa è una e una sola”.
Sul modesto tavolino basso di cedro laccato, stile vintage, totalmente cacofonico all’interno della melodia d’arredo Cyber-T-0 dell’appartamento, la rivista aperta continuava a trasudare opinioni ben salde sull’avvento robo-tecnologico degli ultimi decenni: “… è certo merito della (ri)nascita iper-tecnologica se ora la società sta vivendo un’epoca buia: umanamente buia, priva di luce. La prospettiva spirito-mente-organismo sembra denunciare al vento i concreti rischi, ormai attuati e divenuti pericoli, di questa esistenza ormai condotta in maniera frivola e disinteressata ai grandi temi dell’uman…”. Una multa su carta digitale intestata al proprietario di casa copriva il seguito.

Ai piedi del tavolino, un lungo tappeto sulle tonalità del rosso a motivi floreali correva per la sua lunghezza per buona metà della stanza. Ciò che però sembrava molto tranquillo e decoroso, in quell’appartamento della West Side View Coast, diventava più triste, povero e logoro nella piccola stanza ben nascosta che si celava sotto a quel pavimento, sotto a quel tappeto che nascondeva un’apertura a botola perfettamente mimetizzata con il pavimento grigio chiaro marmorizzato e metallizzato.
In quella stanza illuminata a LED, Dustin, un metro e ottantacinque per centotrenta chili, capelli a mezza lunghezza unti e castani, era intento a martellare un’appendice apparentemente informe che usciva fuori da quello che sembrava il gomito di un braccio metallico. Nel corso dei minuti parve dargli, con l’aiuto di piccoli attrezzi, la forma di una pinna triangolare, con uno degli angoli – quello più distante dal braccio – allungato e lievemente arrotondato, ma anche minuziosamente affilato.
Dopo aver smesso di trafficare con i vari attrezzi, tirò fuori uno sbuffo che sembrava allontanare tutta la pesantezza del mondo, al che prese una lattina di aranciata sullo sgabello accanto a lui, la aprì con un sonoro schiocco e iniziò a bere avidamente.

Dopo cinque minuti, eccolo di nuovo a trafficare, stavolta con componenti elettriche, per vedere concludere poco dopo il suo operato: bastò un click su un microcontatto all’altezza del gomito del braccio metallico, per far scattare dentro quella temibile pinna, rientrata nel braccio come se non fosse mai esistita.
E chissà come avrebbe aperto bocca la Commissione Etica, se solo avesse saputo…

*

Più tardi, quella sera, mentre Dustin era intento a scegliere quali salse avrebbero accompagnato al meglio l’eccesso di patatine in busta che aveva preparato sul tavolino di cedro laccato, il suo smartwatch vibrò: un messaggio. Breve, conciso, mittente sconosciuto, una sola parola: “Domani”.

Dustin restò a guardare il testo per alcuni secondi, poi interruppe il silenzio con un secco: “Fanculo”. Smanettò brevemente sullo smartwatch, accendendo la mega televisione sulla parete di fronte a lui, cominciò a scorrere dei film per sceglierne uno, ma il suo sguardo era sempre più assente. Dopo un po’ che andava avanti così, smise di scorrere e, a voce più alta di prima, continuò con un altro: “Fanculo!”, stavolta più convinto, ma anche più frustrato. Velocemente e con irruenza, si alzò e prese in mano il telefono, avviando velocemente la chiamata al numero che lo aveva contattato poco prima.
– Mr. Nolan, ho già detto che ho bisogno di tempo. Due giorni, forse tre. ‘Domani’ mi è impossibile – cominciò senza convenevoli.
Qualche istante di silenzio gli fece rallentare il ritmo frenetico.
– … domani, o la paga sarà dimezzata – fu la secca risposta.
– Bene… Bene! Allora paga dimezzata ma con ritmi di lavoro possibili…! – Dustin aveva bisogno di tutti i soldi promessi, per andare avanti con il suo progetto. Lo sapeva. Lo sapeva bene. Stava bluffando in maniera piuttosto grintosa. Stava facendo lo spavaldo.

Dall’altra parte, silenzio assoluto. Una manciata di secondi, poi ancora silenzio. E di fronte all’ambiguità, molti bluff crollano. Di fronte al silenzio, molti mollano.
– Va… va b… domani – concluse Dustin con ritrovata pacatezza, incerta e rassegnata.
– Ciao, Dustin – concluse Mr. Nolan, con freddezza solida come granito.

A telefonata conclusa, Dustin abbassò lo sguardo, aria sconfortata, si abbandonò sul divano. Spense la tv, prese un pacco di patatine, ma neanche lo aprì. Lo abbracciò a sé, fronte corrugata. Si prese qualche minuto per riprendersi, a occhi chiusi, poi si alzò con leggerezza e silenzio, e andò a continuare il suo lavoro: il lavoro che aveva promesso a Mr. Nolan, lo sporco lavoro illegale che avrebbe fornito una possibilità in più a chi ha il potere di soggiogare chi cerca giustizia, senza nessuna possibilità di replica.

*

L’indomani, a lavoro concluso, Dustin fece quattro cose: rendersi disponibile per l’incontro, nel luogo e nell’orario prestabiliti (ovviamente, portando con sé e consegnando il suo lavoro); tornare a casa, accertandosi con quella poca lucidità rimasta che i numeri del suo “pagamento robodigitale” fossero validi; inviare un messaggio criptato dal suo computer; crollare sul letto, in un sonno profondo, che sapeva di ristoro… ma che portava con sé dei fantasmi.
Durante il sonno, Dustin sognò. Sognò sua sorella, Stamira, che veleggiava nel mare verdastro, circondata da onde sinuose, mentre lui da lontano le sorrideva. Dustin soffiava nel vento, da lontano, eppure quel suo soffio faceva arrivare lievi spruzzi di acqua salata sul volto della sua amata sorella, che rideva felice insieme a lui. A un tratto, un potente rombo di tuono rendeva tutto più scuro; l’acqua diventava grigia, Dustin le urlava di allontanarsi, di venire verso di lui, mentre alle spalle di lei un mostro marino usciva dalla cresta delle onde e inghiottiva tutta l’imbarcazione, lasciando più niente… il mostro era grigio come le onde, perché era di metallo, in varie sfumature. Negli ultimi tempi si diceva che la rivoluzione uber-tecnologica avesse cambiato così tanto la mentalità delle persone, da condizionare pesantemente anche la parte più intima e segreta di ogni essere umano, quella che neanche egli stesso conosce e controlla. C’era anche chi diceva che questo cambiamento permettesse una stabile connessione subliminale con l’‘inconscio collettivo robotico’, ma era un discorso così poco scientifico che non si sapeva neanche se avesse una minima plausibilità razionale.
Ciò che rendeva distinguibile per Dustin il grigio indistinto del mostro marino erano principalmente due rossi occhi vuoti che trasudavano incontrollabile potere malvagio, un alone intorno ad essi che illuminava di pericolo le realtà adiacenti.

Si svegliò piangendo, e chiamando sua sorella per nome. Piangeva, e pensava a cosa aveva fatto; e si rendeva conto di aver lavorato per rendere ancora meno eque le opportunità tra chi ne aveva molte e chi ne aveva avute sempre troppo poche, come anche sua sorella. Aveva lavorato nello sporco – per lo sporco – per cercare di salvare qualcuno dallo sporco.
Queste idee prendevano forma in lui, sconvolgendolo, ma avrebbero fatto fatica ad attecchire e a maturare un cambiamento in un cuore, come il suo, perennemente insoddisfatto e ottenebrato da promesse rassicuranti nel breve termine.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *