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Il traditore di Bellocchio: il più grande “tradimento” italiano secondo una nuova prospettiva

Parlando di tradimento non si può non pensare al più grande “tradimento” della storia italiana: quando il mafioso Tommaso Buscetta collaborò con la giustizia. Diede così la spinta al famoso Maxiprocesso, che ha portato alla condanna di molti membri di Cosa nostra.

Racconta la vicenda uno dei più alti esempi del cinema italiano degli ultimi anni, “Il traditore”. Il film è diretto da Marco Bellocchio. Ha conquistato il pubblico e la critica, collezionando 7 nastri d’argento, tra cui miglior film, miglior regia e migliore attore protagonista, 2 Golden Globe e 6 David di Donatello.

Mescolare realtà e finzione: la visione di Bellocchio

Il famoso regista di “Buongiorno, notte”, “Vincere” e “Bella addormentata” torna a raccontare le ombre dell’Italia. Stavolta il protagonista è Buscetta, considerato «traditore rispetto alle tradizioni e al passato di Cosa Nostra», come ha spiegato lo stesso Bellocchio.

La messa in scena alterna una visione documentaristica a una romantica, una più fedele a una più immaginifica. Infatti il racconto storico si alterna a uno sguardo più umano, che descrive la figura di Buscetta come un semplice uomo che torna sui suoi passi. «Buscetta non è un eroe – chiarisce Bellocchio- ma è un uomo coraggioso che vuole salvare la propria vita e la propria famiglia. È un conservatore, ha nostalgia di una mafia che non esiste più».

Un altro pregio di “Il traditore” è che riesce a parlare di mafia senza cadere nello stereotipo o nel tono celebrativo tipico di molte serie tv o film di questo genere. Al contrario, è un lucido racconto storico che mette in luce come alla base della mafia vi sia un atteggiamento connaturato nella nostra cultura. Esso va però estirpato perché rischia di crescere e proliferare sotto altre forme nello stesso Stato.

Infine le vite di uomini realmente vissuti e che hanno segnato l’immaginario collettivo sono rappresentate sullo schermo grazie a grandi performance attoriali e all’uso di primi piani in grado di far emergere ogni piccola sfumatura.

Il traditore, una storia non lineare

La storia di “Il traditore” comincia negli anni ‘80. In Sicilia il traffico di droga è diviso tra famiglie di Cosa Nostra palermitane e corleonesi, di cui è leader Totò Riina. L’unione iniziale è raffigurata simbolicamente da una foto di gruppo scattata durante una festa. Da qui si dirama la vicenda, raccontando i decenni successivi e spostandosi dalla Sicilia a Rio de Janeiro sino agli Stati Uniti, dove Buscetta morirà nel 2000.

La linearità del film è spesso interrotta da flashback e rievocazioni, che impreziosiscono la natura biografica dell’operazione. La pellicola non è priva di violenza ma essa è soprattutto verbale, come accade durante il processo. Un momento importante dello sviluppo narrativo è, infatti, il Maxiprocesso, avvenuto nel 1986, in cui Buscetta è testimone chiave. In questa occasione i membri dell’organizzazione dietro le sbarre, paragonati ad animali in gabbia, si rifugiano dapprima nell’omertà per poi non riuscire a evitare la condanna.

Tuttavia le pene inflitte ai membri di Cosa Nostra non rendono libero Buscetta che, seppur non condannato dalla giustizia, continua a sentirsi braccato ovunque vada. Torna in Italia solo nel 1992, dopo il brutale attentato al giudice Falcone. Qui testimonierà contro Giulio Andreotti, ma il suo avvocato sottolineerà le sue contraddizioni e la sua morale dubbia. Tutto finirà in un nulla di fatto.

La svolta arriva, però, con l’arresto di Totò Riina. Solo durante il suo processo, infatti, Buscetta apprenderà che la triste fine a cui sono stati destinati i suoi figli fu opera proprio del suo vecchio amico, Giuseppe Calò. I “valori” di Cosa Nostra tanto difesi da Buscetta, come l’unione familiare dei propri membri, non erano mai esistiti.

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