Letteratura,  Libri

Passione Wanderlust. Storie che fanno viaggiare

Un’amore sconfinato per il viaggio: il desiderio di scoprire nuove terre, nuove culture e allargare i propri orizzonti.

Anche se la filosofia wanderlust è diventata di tendenza da poco, soprattutto dopo la pandemia e ormai associata alla parola tedesca, in realtà è un concetto che esiste da sempre.

L’uomo ha in sé il desiderio innato di conoscere posti nuovi: pensiamo semplicemente agli esploratori come Colombo e Marco Polo sostituendo la parola wanderlust a “scoperta del nuovo mondo”; il concetto è lo stesso: viaggiare per arricchire la propria vita di stupore e conoscenza. 

Se ci pensiamo esistono tanti modi per viaggiare e in un’epoca in cui non si potevano prendere biglietti aerei last minute, l’unico modo per conoscere il mondo era esplorare attraverso i racconti di chi davvero ha fatto e vissuto queste esperienze trasformandole in libri, o semplicemente immaginarne uno in luoghi davvero sconfinati, come l’Odissea di Omero o il viaggio di Dante.

Salgari diceva – non mi stanco mai di questa frase – “Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli” e sono davvero tanti gli autori che hanno scritto pagine e pagine sui viaggi che hanno cambiato la loro vita.

Sarebbe bello elencarli tutti, ma in questo modo invece di un articolo uscirebbe un altro libro da aggiungere alla lista, perciò ho deciso di regalarvi una selezione di romanzi che trattano di quella wanderlust che ti batte talmente forte nel petto, tanto da farti decidere di lasciare tutto e partire, alla scoperta di mondi nuovi e perchè no, alla scoperta di te stesso.

Jules Verne – Il giro del mondo in 80 giorni

Viaggiare per passione o per scommessa? 

Nel XIX secolo quando il massimo della tecnologia erano le locomotive e i battelli a vapore; raggiungere luoghi lontani era pura utopia. Eppure Phileas Fogg, il protagonista del romanzo di Jules Verne Il giro del mondo in 80 giorni”, il libro con la L maiuscola se parliamo di narrativa di viaggio, sembra essere colto improvvisamente dalla sindrome del viaggiatore  per decidere di rinunciare alla sua vita da lord inglese abitudinario e imbarcarsi nell’impresa di girare il mondo in 80 giorni.

Non sappiamo se sia stato il desiderio di esplorare nuove terre o le 20.000 sterline che avrebbe guadagnato se fosse riuscito nella sua impresa, fatto sta che in pochi giorni insieme al fedele maggiordomo Jean Passepartout e a una borsa piena di contanti, Phileas inizia il suo viaggio.

Dall’Italia, al Canale di Suez, passando per la Cina, il Giappone, l’America e l’India con i mezzi più disparati: locomotiva, piroscafo, golette, navi, slitte e persino il percorso da Bombay a Calcutta a dorso d’elefante.

Quella di Fogg non è soltanto una corsa intorno al mondo, ma l’incontro con popoli, culture diverse ed esperienze che lo faranno rientrare a Londra più ricco, non certo di denaro, visto che la vincita ha a malapena coperto le spese di viaggio, ma di incontri, amicizie e una moglie… più ricchi di così…

Italo Calvino – Le città invisibili

La città è donna: intrigante, misteriosa e piena di fascino, tanto che lo scrittore del Novecento per antonomasia Italo Calvino, va oltre la mera descrizione fisica, ma le immagina nella loro interezza, descrivendone le meraviglie che non si vedono ad occhio nudo.

Il romanzo Le città invisibili è un dialogo tra l’esploratore Marco Polo e l’imperatore del regno dei Tartari Kublai Khan, che chiede a Polo di descrivergli le città che ha visitato nel corso dei suoi viaggi.

L’esploratore inizia così un racconto che vede protagoniste ben 55 città, tutte chiamate con nomi di donna provenienti dall’epoca classica. É qui che esce fuori il genio di Calvino: la combinazione tra strutturalismo e semiotica, che fanno si che questo non sia solo narrativa di viaggio, ma un vero e proprio enigma che stravolge la classica struttura di un romanzo: capitoli che hanno lo stesso nome, intrecci di vicende e personaggi di cui il lettore deve venire a capo.

E poi le descrizioni delle città: non soltanto vie, storie e monumenti, ma una visione a 360 gradi dei loro abitanti, usi, costumi, profumi e unicità.

Un romanzo che accompagna il lettore in un viaggio intrigante, scombinato a cui deve cercare di dare un senso, un po’ come nella vita reale.

Jack Kerouac – Sulla strada

I viaggi on the road sono sempre un’incognita, ma anche un’avventura straordinaria. Lo sa bene Jack Kerouac, lo scrittore americano che insieme al suo amico Neal Cassady ha girato l’America in macchina e in autobus facendo autostop.

Tutto il loro percorso è raccontato nel romanzo “Sulla strada, in cui i protagonisti Sal Paradise e Dean Moriarty, relativamente pseudonimi dei due amici (perchè quando Malcolm Cowley ricevette il rotolo di carta su cui Kerouac aveva redatto il manoscritto, propose all’autore di modificare i nomi dei personaggi), intraprendono un viaggio in autostop partendo da New York, fermandosi a Chicago, San Francisco, Denver, Pittsburg, per poi avventurarsi in Colorado e in Messico.

Due figure completamente diverse: Sal, studente col desiderio di diventare scrittore, Dean la classica cattiva compagnia, uscito dal riformatorio e riluttante alla routine di lavoro e famiglia.

A unire i due amici è il forte desiderio di viaggiare per il continente e fare più esperienze possibili.
Sarà proprio questo forte richiamo per l’avventura a farli rincontrare più e più volte nel corso del libro, dopo numerose separazioni dovute alle diverse prospettive di vita: Sal tra un viaggio e l’altro sente sempre il desiderio di tornare a casa, riprendere gli studi, trovare lavoro e avere una stabilità, Dean invece è un drogato di avventura, oltre che di benzedrina, in continuo movimento.

Un romanzo che riempie le sue pagine dei meravigliosi paesaggi americani, delle persone che li vivono, dei loro pensieri, ma anche una finestra sul vuoto interiore dell’autore, che si manifesta nel suo costante bisogno di ripartire dopo essere stato in una città per un po’ e non fermarsi mai.

L’emozione sta nel viaggio non nelle fermate, nel sogno piuttosto che nella sua realizzazione. Un po’ una riflessione sul sogno americano rispetto alla realtà di quel periodo.

Gianluca Gotto e le sue coordinate della felicità

E dopo aver sognato con i grandi classici della narrativa di viaggio arriviamo ai giorni nostri: gli aerei arrivano praticamente ovunque e la tecnologia ha fatto passi da gigante, tanto che si può pensare di viaggiare tutto l’anno anche mentre si lavora. 

Se Keruac e Cassady erano considerati nomadi per un viaggio on the road in giro per gli USA, i nomadi digitali hanno scoperto la combo perfetta: lavorare girando il mondo. Bastano un pc e una buona connessione ad internet.

É la filosofia di Gianluca Gotto: viaggiare per riempirsi gli occhi di meraviglia.

Lontano dal classico percorso università – lavoro – famiglia, Gianluca Gotto ha girato il mondo facendo lavori diversi, che gli hanno consentito di fermarsi in un posto per lungo periodo insieme alla sua compagna Claudia, con cui ha avuto una bambina.

La sua esperienza è raccontata nel suo primo libro “Le coordinate della felicità”, in cui Gotto racconta come ha reso il suo amore per il viaggio un lavoro, il suo ikigai come direbbe lui: trasformare la propria passione in una professione, girando per l’Australia, il Canada, la Costa Rica, ma soprattutto il Sud Est Asiatico: la Thailandia, il Vietnam e Bali, che con le sue spiagge, i templi e le risaie è diventata il luogo in cui lo scrittore ha trovato una seconda casa.


I libri successivi sono romanzi: “Come una notte a Bali”, “Succede sempre qualcosa di meraviglioso”, “La Pura Vida” e “Profondo come il mare, leggero come il cielo”, un libro particolare dedicato al Buddismo, racconti differenti in cui sono proprio i luoghi che Gianluca Gotto ha visitato e in cui ha vissuto i veri protagonisti.

Luoghi di rinascita in cui ritrovare se stessi a stretto contatto con diverse culture, diverse persone, diverse religioni. 

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