Botticelli, Primavera
Arte,  Filosofia,  Storia

Zefiro, il vento di Ponente e il mito narrato nell’opera di Botticelli

Sebbene fosse stato colpito da alcune idee folli durante gli ultimi anni della sua vita, influenzato da Savonarola, il pittore fiorentino Sandro Botticelli fu a lungo parte di quella temperie culturale che ruotava attorno alla figura di Lorenzo il Magnifico e alla corte medicea.

Mi spiego meglio: Botticelli ebbe una tremenda crisi mistica che lo portò ad avvicinarsi al frate domenicano e ad abbandonare repentinamente lo stile di pittura abituale per regredire a iconografie di carattere medievale. Prima di tutto questo, l’artista fiorentino fu uno dei personaggi che in quel periodo storico, tra il settimo e l’ottavo decennio del Quattrocento, si trovò inserito in un fiorente gruppo di personalità, signori della famiglia Medici e umanisti, che stavano sviluppando la teoria neoplatonica.

Marsilio Ficino sviluppa il Neoplatonismo

Figura determinante nello sviluppo di questa corrente filosofica fu Marsilio Ficino, padre della riscoperta di Platone e massimo teorico del Neoplatonismo. Le sue ideologie ispirarono il nonno di Lorenzo, Cosimo de’ Medici, che lo incaricò, nel 1462, di fondare un’accademia platonica, direttamente collegata a quella che il filosofo greco tenne ad Atene. Come si può ben immaginare, il fermento verso Platone deriva dalla riscoperta dei testi greci antichi, tradotti dagli intellettuali bizantini in fuga dopo la presa di Costantinopoli, nel 1453.

Realmente si trattava di un luogo, con sede nella villa medicea di Careggi, in cui i più importanti umanisti si ritrovavano per trattare dei temi a loro cari. Tra questi, è importante ricordare Cristoforo Landino, Pico della Mirandola e Angelo Poliziano.

Annuncio dell'angelo a Zaccaria
Domenico Ghirlandaio, Annuncio dell’angelo a Zaccaria (dettaglio con Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angolo Poliziano), Firenze, Santa Maria Novella, Cappella Tornabuoni (Fonte immagine)

La Primavera di Botticelli è l’opera più famosa del Rinascimento fiorentino

In questo contesto di grande fermento culturale, si inseriscono le opere mitologiche di Botticelli. La Primavera è forse l’opera più celebre realizzata nella Firenze della seconda metà del Quattrocento, che lega la storia della pittura alla signoria medicea. Insieme alla Nascita di Venere, dello stesso artista, è il punto centrale di ogni visita agli Uffizi, dove sono entrambe esposte.

botticelli - venere
Botticelli, Nascita di Venere (1485 c), Firenze, Uffizi (Fonte immagine)

Il dipinto va letto da destra verso sinistra. La parte che ci interessa maggiormente è proprio la prima nell’ordine di lettura, rappresentante le figure di Zefiro, dio di un vento proveniente da Occidente, e Clori, la ninfa. Quest’ultima, contro la sua volontà, viene rapita e trasformata nella dea della Primavera, Flora.

Mentre corre, cercando di scappare dal suo rapitore, dalla sua bocca fuoriescono i fiori, che guidano lo sguardo dello spettatore già verso la sua versione trasformata: una figura femminile abbigliata con un vestito di colore chiaro, decorato con i fiori che dal grembo sparge con la mano destra. Ha i piedi nudi, mentre il collo e i capelli sono decorati da ghirlande; è proprio lei, grazie alla presenza di Venere, che produce e fa rinascere la natura. Tutta la parte destra della composizione è legata da un movimento dinamico che passa dallo sguardo e dalle braccia di Zefiro, che afferrano la vita della ninfa, la quale, con gli occhi rivolti al suo futuro sposo, si tramuta nella sua versione divina.

botticelli -primavera
Botticelli, Primavera (dettaglio con Zefiro e Clori), Firenze, Uffizi (Fonte immagine)

La scena è ambientata nel Giardino delle Esperidi, dal nome delle ninfe che custodivano questo luogo mitico situato a ovest (come da ovest proveniva il vento di Zefiro), ai piedi del monte Atlante. Rappresentato come un hortus conclusus, il Giardino è un luogo di delizie, in cui nascevano i pomi d’oro, protagonisti di una delle fatiche di Ercole, e realizzati come delle arance nella parte superiore del quadro.

Angelo Poliziano, Stanze

Né mai le chiome del giardino eterno
tenera brina o fresca neve imbianca;
ivi non osa entrar ghiaccioto verno,
non vento o l’erbe o li arbuscelli stanca;
ivi non volgon gli anni il lor quaderno,
ma lieta Primavera mai non manca,
ch’e suoi crin biondi e crespi all’aura
spiega,
e mille fiori in ghirlandetta lega.

Con tal milizia e tuoi figli accompagna
Venere bella, madre delli Amori.
Zefiro il prato di rugiada bagna,
spargendolo di mille vaghi odori:
ovunque vola, veste la campagna
di rose, gigli, violette e fiori;
l’erba di sue belleze ha maraviglia:
bianca, cilestra, pallida e vermiglia.

Angelo Poliziano, Stanze (I, 71-72)

La popolarità dell’opera e del Botticelli è cresciuta grazie alle numerose interpretazioni fornite negli ultimi cento anni.

L’episodio era già incluso nei Fasti di Ovidio, che dovettero essere sicuramente conosciuti nella Firenze dei circoli medicei e anche dallo stesso Botticelli, che ripropone esattamente nel dipinto.

Chi commissionò il dipinto di Botticelli? E quali ne furono le ragioni?

Come Aby Warburg espone nella sua tesi di laurea pubblicata nel 1893 – redatta a seguito di un viaggio a Firenze, durante il quale studiò le opere del maestro fiorentino – fu proprio al tempo dell’elaborazione del dipinto che Poliziano unì le due storie di Zefiro e Flora e Apollo e Dafne nelle sue Stanze per la giostra, poemetto in volgare in ottave realizzato anche per celebrare la vittoria di Giuliano de’ Medici, fratello del Magnifico, alla giostra combattuta nel 1475. Quindi, la scena del Botticelli potrebbe essere stata direttamente ispirata dal componimento di Poliziano.

Ma fatta Amor la sua bella vendetta,
mossesi lieto pel negro aere a volo,
e ginne al regno di sua madre in fretta,
ov’è de’ picciol suoi fratei lo stuolo:
al regno ov’ogni Grazia si diletta,
ove Biltà di fiori al crin fa brolo,
ove tutto lascivo, drieto a Flora,
Zefiro vola e la verde erba infiora.

Angelo Poliziano, Stanze (I, 68)

Sebbene questa ipotesi di contatto tra l’arte e la poesia possa risultare valida e attendibile, circa quarant’anni dopo Warburg, lo storico dell’arte Ernst Gombrich sostenne possa trattarsi di un’opera didattica per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, cugino di secondo grado del Magnifico. Il Ficino esortava, in una lettera del 1478, il giovane a guardare la dea Venere come rappresentante la Humanitas, l’insieme delle attività spirituali e più evolute dell’uomo, e dovrebbe quindi essere il principio ideale di un’umanità superiore. Il dipinto rappresenterebbe quindi la celebrazione della virtù di questa Humanitas.

Fonti utilizzate

  • http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_3/t321.pdf
  • http://www.engramma.it/eOS/index.php?id_articolo=358
  • http://www.arte.it/notizie/italia/le-interpretazioni-2232

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